venerdì 18 marzo 2016

LE TRE CORONE DEL MEDIOEVO - LA CULTURA UMANISTICO-RINASCIMENTALE.


DANTE 1265-1321 Opere in volgare fiorentino e in Latino: La Vita Nova, Il Convivio, De Monarchia, de Vulgari eloquentia, Epistolario, Divina Commedia, Le rime. Sommo poeta, massimo esponente della cultura medievale e della filosofia scolatica (aristotelico-tomistica). Opere a carattere didascalico allegorico.


PETRARCA (Arezzo 1304- Arquà1374) Opere in Latino e in Volgare fiorentino. Grande estimatore degli studi classici (Virgilio, Cicerone, Tito Livio, Padri della Chiesa: S. Agostino); scoprì nella Biblioteca capitolare di Verona le Epistole di Cicerone ad Attico, a Quinto e a Bruto. Fu incoronato poeta a Roma, in Campidoglio, nel 1341 dopo essere stato esaminato per 3 giorni dal re di Napoli, Roberto d’Angiò. Fu il primo grande autore medievale a coltivare lo studio del Greco, che apprese dal dotto bizantino Leonzio Pilato, conosciuto a Padova.
Opere latine: Secretum, l’Epistolario (Cicerone) De viris illustribus, Rerum memorandarum libri, Africa, De otio religioso, De vita solitaria; opere in volgare: Rerum vulgarium fragmenta (il Canzoniere o Rime sparse), i Trionfi. Opere concepite come esercizio di affinamento letterario, a testimonianza della sua profonda peritia litterarum – conoscenza grammaticale e lessicale - come espressione di dissidio interiore e di inclinazioni spirituali. Fasi di mondanità alternate a momenti di ripiegamento interiore, di ricerca del “locus amoenus”. Crisi della cultura medievale. Nel 1500 divenne modello di assoluta perfezione stilistica per la lirica.

BOCCACCIO 1313-1375.
Periodo napoletano, opere a carattere narrativo di ispirazione bucolica, in lingua volgare toscano: Filocolo, Filostrato, Teseida, Caccia di Diana; periodo fiorentino (dal 1340 in poi): Ninfale d’Ameto, Ninfale fiesolano, Amorosa visione, Elegia di madonna Fiammetta. Decameron (1349-1351); Trattatello in laude di Dante (iniziò la lectura dantis nella Chiesa di S.Stefano di Badia, a Firenze, nel 1374). Opere in Latino: De casibus virorum illustrium, Genealogia deorum gentilium, De mulieribus claris. Crisi della cultura medievale. Nel 1500 divenne modello di perfezione stilistica per le opere in prosa.


UMANESIMO E RINASCIMENTO
Coi nomi Umanesimo e Rinascimento indichiamo il periodo di storia della civiltà che si svolse nei secoli XIV- XVI ed ebbe, per quanto riguarda la cultura e le lettere, il suo centro di irradiazione in Italia. E' un periodo di grandi trasformazioni nella vita e nel costume: assistiamo al graduale rinnovamento delle strutture politiche e alla nascita degli stati nazionali (in Italia si affermano le signorie e successivamente principati territoriali); si sviluppano le attività economiche e commerciali, mentre le grandi scoperte geografiche allargano i confini del mondo conosciuto; inoltre le nuove invenzioni in campo della tecnica ( la stampa e la polvere da sparo) apportano radicali mutamenti nei rapporti umani. L'Umanesimo si fa iniziare convenzionalmente dalla morte di Francesco Petrarca (1374), fino al 1470 (l'ultimo trentennio del 1400). il Rinascimento giunge fino all'ultimo trentennio del 1500.

Nuova concezione dell'uomo e della vita

Il punto di partenza per comprendere la nascita della cultura umanistica risiede nella consapevolezza che tra il Trecento e il Quattrocento muta la visione del mondo: si passa da una visione filosofica e culturale di tipo TEOCENTRICO ( per la quale tutta la realtà fenomenica veniva rapportata a Dio, derivando da ciò una fondamentale svalutazione della natura umana, un disprezzo per il corpo e per i beni materiali ritenuti fugaci e caduti) ad una visione ANTROPOCENTRICA in cui l'uomo pone se stesso al centro della realtà come protagonista ed autore della propria storia, in accordo con le nuove tendenze filosofiche di natura neoplatonica. Ne scaturisce un atteggiamento edonistico, che consiste nel ricercare la bellezza e il piacere senza sensi di colpa. L'edonismo va unito al naturalismo che è la tendenza a considerare la natura e a godersela al livello fenomenico ( in se stessa), senza implicazioni mistiche, metafisiche e trascendentali. L'uomo dell’umanesimo rinascimento non è più in antitesi con la natura, né lo spirito è posto al di sopra di essa: l’uomo riscopre la bellezza della natura, e la natura diviene un grande libro aperto, un meccanismo perfetto regolato da leggi razionali che possono essere comprese, analizzate e decodificate. L’uomo diventa finalmente l’artefice del proprio destino (homo faber fortunae suae). Per questo motivo gli umanisti sono affascinati dalla cultura letteraria classica ( opere della letteratura latina e greca) cioè dagli studia humanitatis – le humanae litterae ( letteratura, grammatica, retorica filosofia, storia) - che restituiscono l’uomo a se stesso, che rivelano l’antica sapienza e la capacità costruttiva dell’uomo, il segreto di una vita intesa come ricostruzione morale, nella prospettiva di un’armonica convivenza civile.


I MOTIVI FONDAMENDALI DELLA CULTURA UMANISTICA SONO:

1) PRINCIPIO DI IMITAZIONE . La necessità che si ebbe di rifarsi agli autori antichi – gli auctores- per imparare a conoscere meglio se stessi, per individuare un modello ideale sia a livello umano, sia a livello stilistico da cui trarre uno stimolo e una guida sicura per operare nella realtà contemporanea. Si afferma così il principio di imitazione che diventa un cardine dell'umanesimo: se gli antichi hanno raggiunto un livello insuperabile di perfezione in tutti i campi dello scibile umano, è necessario imitarli.
Gli autori antichi che noi oggi definiamo classici (termine introdotto nella letteratura a partire dall'800) in verità erano definiti dagli intellettuali del medioevo e umanesimo ''auctores'': l'auctor era colui che godeva di forte autorità letteraria, colui che arricchiva lo scrittore moderno e dal quale prendere esempio (auctor deriva dal verbo latino augeo-es -axi-auctum-augere = accrescere, aumentare).
Già in età medievale era stato realizzato un canone di autori classici in cui figuravano Virgilio, Orazio, Cicerone, Stazio, Lucano, Ovidio, Tito Livio e Seneca. Una traccia di questo canone si ha già nella Commedia di Dante, in particolare nel limbo anche se in forma limitata a pochi autori: Omero, sebbene Dante non avesse letto i suoi poemi, Ovidio, Orazio e Lucano. Virgilio è scelto da Dante come sua autorevole guida.


2) STUDIO DEL GRECO
Contemporaneamente alla riscoperta degli autori e delle opere classiche secondo il principio di imitazione, si affermò la necessità di studiare in maniera diretta la lingua e la filosofia greca: Petrarca e Boccaccio furono i primi autori che riconobbero l’importanza della lingua greca che il Medioevo aveva praticamente ignorato. Boccaccio infatti nel 1359 fece assegnare una cattedra di greco nello Studio fiorentino al suo maestro di greco, Leonzio Pilato. Successivamente, nel 1397, Coluccio Salutati, cancelliere della repubblica fiorentina, affidò la cattedra di greco ad un idotto bizantino Manuele Crisolora.

3) LA SCOPERTA DELLE HUMANAE LITTERAE

Nella cultura Umanistico-Rinascimentale, che poneva l'uomo al centro dell'universo, si afferma parallelamente un rinnovato interesse per gli studia humanitatis : grammatica, retorica (quest'ultima in particolare era una disciplina, l’ ars dictandi, praticata soprattutto da coloro che ne traevano vantaggi per la loro professione: notai, giudici, cancellieri, ambasciatori, membri del clero), eloquenza filosofia e storia.
La cultura letteraria rileva ai moderni l'interiorità e l'umanità dei grandi scrittori antichi al fine di insegnare loro a comprendere meglio se stessi nella realtà che li circonda.

4) NASCITA DLLA FILOLOGIA
Cicerone diviene nel 400 un autorevole modello di armonia e di decoro, di forza d'animo, di poteritia ( capacità di sopportare coraggiosamente le avversità della vita), nonché di bello stile. La filologia è una disciplina che si configura quale studio scientifico della parola e del suo significato nel tempo. La filologia mirava a studiare e ricostruire i testi classici per riportarli alle condizioni originali.

5) L’umanesimo come riscoperta della dignità dell’uomo: i caratteri dell’EDONISMO UMANISTICO.


La rivalutazione dell’individuo, con le sue doti spirituali e corporee, porta a riconsiderare, tra il Quattrocento e il Cinquecento, i beni dell’esistenza nella loro interezza. Il punto di partenza di questo atteggiamento può essere individuato nel passo in cui l’umanista fiorentino Giannozzo Manetti confuta il De contemptu mundi di Lotario De Segni ( Papa Innocenzo III ). Giannozzo Manetti, nella sua opera De dignitate et excellentia hominis riconosce la dignità e l’eccellenza dell’uomo il cui operato terreno e la cui fisicità vengono esaltati in una prospettiva pur sempre religiosa, ma in polemica con l’impostazione ascetica di stampo aristotelico–tomistico della spiritualità medievale. Se nella vita dell’uomo le gioie compensano i dolori, è preferibile concentrarsi su di esse, cercando di cogliere le opportunità favorevoli. Non bisogna tuttavia confondere un simile atteggiamento con l’invito grossolano ad approfittare di tutti i piaceri possibili. Si tratta di una disposizione intellettuale, che fa parte di una concezione della realtà sostenuta da precise basi filosofiche: il neoplatonismo, che porta ad idealizzare le concezioni materialistiche, l’epicureismo.
L'edonismo, ossia la ricerca del piacere diventa quindi un fenomeno culturale che ha i suoi riflessi sul piano del costume sociale e mondano, negli ambienti aristocratici e raffinati delle corti.
Sulle radici culturali dell’ EDONISMO UMANISTICO dobbiamo far riferimento da un lato alla letteratura classica per quanto riguarda la ripresa dell’elemento mitologico e idillico , nonché nell’invito oraziano a godere della fugacità dei piaceri che la vita concede (carpe diem); dall’altro il motivo edonistico si incontra con quello cristiano e petrarchesco del trascorrere del tempo, rivissuto però in una prospettiva che ignora la trascendenza .
L’ EDONISMO umanistico, che nasce sulla base di queste problematiche, presenta caratteristiche colte che si riscontrano nelle opere di grandi intellettuali umanisti come:
Lorenzo il Magnifico (1449 -1492)
Luigi Pulci : (1432-1484). Il poema epico cavalleresco : Il Morgante
Angelo Poliziano ( 1454- 1494): Stanze per la giostra, poemetto in ottave
Matteo Maria Boiardo( 1440-1494). Il poema epico cavalleresco: l’Orlando innamorato



CENTRI DI DIFFUSIONE DELLA CULTURA UMANISTICA: FIRENZE, ROMA , NAPOLI

I principali centri di irradiazione della cultura umanistica, che dall'Italia si confuse via in tutta l'Europa, furono Firenze, Roma e Napoli.
A FIRENZE continua la grande tradizione di studi, iniziata dal Petrarca e dal Boccaccio, con Coluccio Salutati (1331 -1406) cancelliere della signoria fiorentina, scopritore delle lettere familiari di Cicerone , Niccolò Niccoli (1364-1437), fiorentino, che scrisse una guida per i ricercatori di manoscritti in Germania, Leonardo Bruni (1374-1444) autore di una Historia florentina , modellata sull’esempio della storiografia latina, Poggio Bracciolini (1380-1459) che portò alla luce numerosi testi latini: il De rerum natura di Lucrezio, le Selve di Stazio , la Institutio oratoria di Quintiliano , le Puniche di Silio Italico e altri. Accanto a questi che furono più propriamente dei letterati, ricordiamo i filosofi Marsilio Ficino (1433-1499), autore della Theologia Platonica ove tentava di conciliare la filosofia di Platone con il cristianesimo, Giannozzo Mannetti (1369-1459), fiorentino, autore del De dignitate et excellentia hominis, che contiene, insieme al De hominis dignitate di Pico della Mirandola, e alle opere di Marsilio Ficino, la più alta lode della natura umana; ricordiamo, infine, a Firenze l’opera di Cristoforo Landino (1424-1498).
I Medici, signori di Firenze dal 1435, favorirono con splendido mecenatismo, lo sviluppo della cultura a Firenze. Ma in genere tutti i signori italiani accolsero e protessero i letterati alle loro corti, sia per l’altissima considerazione in cui venivano tenuti gli studia humanitatis , sia perché si vedeva nel letterato il dispensatore di gloria e immortalità. Il signore trova nel letterato chi dà lustro e splendore alla sua corte e alla sua dinastia, e, in compenso gli offre i mezzi per una dignitosa esistenza e per raccogliere i rari manoscritti costosissimi, necessari ai suoi studi che un privato difficilmente avrebbe potuto acquistare.

Anche ROMA fu un grande centro umanistico sotto la protezione di alcuni pontefici, come Niccolo V e Pio II, che furono a loro volta letterati umanisti. Alla corte pontificia i principali studiosi furono Lorenzo Valla (1407-1457), autore dell’ Elegantiarum latinae linguae libri e di un libro in cui dimostrò la falsità del documento secondo cui l’imperatore Costantino avrebbe donato, già agli inizi del IV sec., Roma ai pontefici .

A NAPOLI sotto la protezione della dinastia aragonese, sorse l’ Accademia pontaniana, fondata da Antonio Beccadelli detto il “Panormita”, ma così chiamata per onorare il principale animatore, Giovanni Pontano, nato a Cerreto nel 1426 e morto a Napoli, dove fu ministro politico nel 1503. Il Pontano scrisse dialoghi e poesie in latino e fu l’esempio dell’illusione umanistica di sostituire l’italiano al latino anche nei componimenti propriamente letterari . A Napoli operò anche Iacopo Sannazzaro che introdusse il nuovo genere del romanzo pastorale con l’Arcadia, un poemetto in volgare destinato ad avere immensa fortuna.
Fra gli altri centri di diffusione della cultura umanistica ricordiamo FERRARA, dove i signori Estensi furono magnifici mecenati; MANTOVA dove regnò la splendida signoria dei Gonzaga.

UMANESIMO E RINASCIMENTO (morte del Petrarca- 1470 ca / 1470-1570 ca ).
Nuova concezione dell’uomo e della vita ( vedi Giannozzo Manetti, De dignitate et excellentia hominis; concezione teocentrica- concezione antropocentrica), riscoperta dei classici latini e greci come modello di perfezione stilistica e come esempi di grande umanità, esaltazione delle lettere (humanae litterae), e in genere di tutti gli studia humanitatis; nascita della Filologia; diffusione in Occidente dello studio del Greco, in particolare nello Studium fiorentino; Principio di imitazione- emulazione.

FIRENZE : UMANESIMO CIVILE (INTELLETTUALE CITTADINO) - UMANESIMO CORTIGIANO (INTELLETTUALE CORTIGIANO)

A Firenze distinguiamo dapprima una produzione letteraria che fa riferimento all’Umanesimo civile, frutto della civiltà comunale, che giunge a piena maturazione con la fine del regime repubblicano e con l’instaurarsi a Firenze nel 1435 della signoria dei Medici, una potente famiglia di mercanti e banchieri, nella figura di Cosimo I. L’umanesimo civile si realizza nell’ esaltazione di un ideale di cultura legato alla vita attiva e nella celebrazione dell’ intellettuale cittadino, impegnato nella vita pubblica del Comune, che non trae sostentamento dalla sua professione di intellettuale, ma da altre attività, che partecipa alla vita politica del Comune ricoprendo incarichi pubblici ed esprimendo nelle sue opere i suoi ideali civili. Nell’ambito dell’Umanesimo civile fiorentino, ricordiamo
Coluccio Salutati ( scoprì le epistole familiari di Cicerone), Leonardo Bruni ( scrisse una Historia fiorentina sul modello delle opere storiografiche latine), Poggio Bracciolini(riportò alla luce numerosi testi latini : De rerum natura di Lucrezio, Le Silvae di Stazio, Institutio oratoria di Quintiliano nella Biblioteca di San Gallo in Germania), Giannozzo Manetti ( autore del De dignitate et excellentia hominis, opera che contiene la più alta lode della natura umana).
Diffusione della cultura neoplatonica: Accademia neoplatonica a Firenze fondata da Marsilio Ficino nel 1454, per incarico di Cosimo de Medici, nella villa medicea di Careggi. Vi parteciparono Pico della Mirandola, Angelo Poliziano, L.B. Alberti, Lorenzo e Giuliano de’ Medici.

All’Umanesimo civile subentrerà, a partire dall’affermarsi a Firenze della signoria dei Medici (1435 in poi), il cosiddetto UMANESIMO CORTIGIANO, incentrato ancora sugli ideali feudali e cortesi quali la liberalità, la magnanimità, l’esaltazione di un mondo ideale di bellezza e di armonia. L’intellettuale umanista diviene un letterato di professione al servizio di un signore; alla partecipazione alla vita attiva si sostituisce l’isolamento dell’intellettuale nella cerchia esclusiva delle corti e delle Accademie, nuovi centri di diffusione culturale figura (cfr. pg. 11; pp.20-21)→ intellettuale cortigiano.
UMANESIMO CORTIGIANO a Firenze: Lorenzo de’ Medici, Angelo Poliziano, Luigi Pulci
Nella seconda metà del 400 il processo di riscoperta ed assimilazione della cultura classica, latina e greca, era ormai concluso, tuttavia tramonta definitivamente l’illusione della resurrezione e del trionfo del Latino nelle opere letterarie. La preminenza dell’Italiano, nella 2^ metà del 400, coincide col fenomeno letterario detto “Uman. Volgare”, fondato sulla persuasione che anche il volgare potesse essere capace di esprimere in forma eletta nobili concetti, purché lo si elevi dalla rozzezza del parlare quotidiano e gli si dia una certa dignità letteraria ( modelli stilistici autorevoli: Petrarca, Boccaccio). L’opera degli scrittori umanisti godette sempre più dell’appoggio degli aristocratici signori di corte (Medici a Firenze, Estensi a Ferrara, Gonzaga a Mantova), i quali, in linea con i nuovi ideali umanistico-rinascimentali di ricerca della bellezza e dell’armonia, e approfittando del particolare periodo storico di pace e benessere (1455-1492), favorirono il proliferare a corte di artisti e letterati. Questi furono cultori di una poesia prevalentemente di evasione, concepita come raffinato gioco letterario, celebrativa della bellezza e della gioia di vivere, nella consapevolezza della caducità e della fugacità della vita ( la Fortuna, come forza capace di stravolgere e condizionare gli eventi umani).

LORENZO IL MAGNIFICO (Firenze1449-1492).
Nel 1469 divenne signore di Firenze assieme al fratello giuliano. Ebbe come maestri Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Giovanni Argiropulo (dotto bizantino), Angelo Poliziano.
Scrisse opere in Latino e in volgare, sviluppando una tendenza realistica e naturalistica, che si esprime con descrizioni vive e concrete di paesaggi, nel vagheggiamento di una vita libera e serena a contatto con la natura (ricerca del locus amoenus). Vedi i Canti carnascialeschi ( filosofia neoplatonica, ispirazione bucolica, tono comico-realistico).

ANGELO POLIZIANO (Montepulciano1454- Firenze1494)

Poeta umanista e drammaturgo; precettore di Piero de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico.
Scrisse opere in latino, greco, volgare. Fu tra i maggiori animatori, almeno fino al 1478 (anno della “Congiura dei Pazzi”), del circolo culturale riunito attorno alla potente famiglia de Medici ( Marsilio Ficino, Pico della mirandola, Cristoforo Landino. In questo periodo Lorenzo de medici gli schiuse la via dell’agiatezza e degli onori.
Il suo capolavoro furono le “Stanze per la giostra” 1475-1478, poemetto in ottave scritto per celebrare il trionfo di Giuliano de Medici in una giostra (gioco di armati a cavallo, nel quale riportava vittoria colui che riusciva a disarcionare l’avversario).
Dopo un breve periodo di allontanamento da Firenze dovuto ai dissapori sorti con la famiglia de Medici, vi fece ritorno nel 1480, quando ottenne la cattedra di eloquenza greca allo Studium fiorentino ( già a 16 anni aveva tradotto dal greco i libri dal II al V dell’Iliade di Omero).
Fu autore anche di una famosa opera teatrale: l’Orfeo, che fu inserita, successivamente, nell’indice dei testi proibiti dalla Chiesa.

LUIGI PULCI (Firenze1432-Padova1484).
Esponente di una nobile famiglia decaduta.
Sua opera maggiore fu il Morgante, parodia del poema epico cavalleresco, in ottave. Il Morgante. fu pubblicato in una prima ed. del 1478, in 23 canti; seconda ed. del 1483, in 28 canti (il cosid Morgante maggiore). Per quanto riguarda lo stile, il modello a cui attinge Luigi Pulci per il suo poema è quello dei “cantari” popolari: componimenti cavallereschi del 400-500 accompagnati dalla musica e destinati ad una esecuzione in pubblico. Nel Morgante confluiscono temi e motivi dei grandi poemi epici medievali (ciclo carolingio- ciclo bretone), filtrati alla luce della nuova cultura rinascimentale.
Anche il Pulci, come il Poliziano, fu assiduo frequentatore del circolo culturale riunito attorno alla potente famiglia de Medici; egli godette per tutta la vita della simpatia di Lucrezia Tornabuoni e del figlio Lorenzo il Magnifico, dal quale ottenne numerosi incarichi ed aiuti economici.

MATTEO MARIA BOIARDO (Reggio Emilia 1441 -1494).
Poeta e letterato italiano di origini aristocratiche, vissuto nella raffinata corte di Ferrara.
Scrisse opere erudite in latino e in volgare; la sua più celebre fu, tuttavia,
l’Orlando innamorato, poema epico cavalleresco rinascimentale, in ottave (ottava rima: strofe di 8 versi che rimano secondo lo schema ABABAB CC) ispirato ai due grandi cicli della letteratura francese cavalleresca del medioevo, quello carolingio e quello bretone. Orlando, infatti, è l’eroico paladino dell’epopea carolingia, religiosa, nazionale e guerriera, incentrata sulla lotta dei Cristiani contro i Musulmani; ma l’aggettivo “innamorato” ci riconduce alle storie d’amore e d’avventura del ciclo bretone, dei cavalieri della Tavola rotonda, di Tristano e Lancillotto.Infatti, nella continua rielaborazione della materia cavalleresca medievale, gradita sia agli aristocratici signori di corte, che alle classi popolari, i due cicli si erano venuti progressivamente fondendo. Nel poema del Boiardo la fusione è completa: la struttura resta quella del poema epico medievale (stile formulare con l’ impiego di espressioni stabili e ripetute, disposte in situazioni metricamente identiche; affinità metriche e retoriche con l’agiografia; componente culturale religiosa; storicità del tema: scontro fra parti contrapposte decisivo per un’intera comunità e i suoi ideali; l’eroe del poema epico è un personaggio prode e magnanimo in cui si riconosce l’intera collettività e che trova nella guerra il senso del proprio onore).
Nell’Orlando innamorato, tuttavia, si riscontra una sostanziale innovazione della materia epica classica. Il paladino Orlando non è più soltanto l’eroe che combatte per difendere la patria e la fede cristiana: egli appare come un eroe nuovo e umanizzato, poiché diviene in primo luogo l’eroe innamorato, che nell’amore (forza istintiva e irrazionale) trova la ragione prima della sua vita e del suo agire. Il poema, dunque, si presenta non a carattere didascalico (come i testi dell’epica classica e medievale), bensì a carattere edonistico ed encomiastico. Lo scopo del Boiardo, infatti, era quello di intrattenere e divertire il raffinato pubblico della corte estensa, con un’opera dal carattere arguto e burlesco, con uno stile colorito, vivace e avvincente.
L’Orlando innamorato fu iniziato nel 1476, ed è diviso in 3 libri. I primi due libri, rispettivamente di 29 canti e di 31 canti, furono pubblicati nel 1483. Il terzo libro rimase interrotto al 9 canto, a causa della successiva morte del poeta avvenuta nel 1494 (anno della discesa in Italia di CARLOVIII).



La vanità dei beni terren
i“[…]Non c’è chi facci bene, non ce n’è solo. Quasi tutta la vita de’ mortali è piena di peccati, in modo che appena si possi trovare chi non penda a mano sinistra, chi non torni al vomito, che non sia puzzolente nello sterco, che non si rallegri più tosto quando ha mal fatto e rallegrasi nelle cose pessime. Ripiene d’ogni iniquità, malizia, avarizia, nequizia; pieni d’invidia, omicidio, contenzione, inganno, malignità; sussurroni, mormoratori in odio di Dio, pieni di villanie, superbi, gonfiati, inventori de’ mali, disubbidienti a’ padri […] Questo mondo è ripieno di tali e molto peggiori: abonda di eretici, di scismatici, di perfidie tiranni, simoniaci, ipocriti, ambiziosi, cupidi, ladri, rubatori [..]astuti, golosi, ubriachi, adulteri etiam nel parentado, lascivi immondi pigri e negligenti. […]”. Lotario Diacono, De contemptu mundi, III (XII-XIII sec.)

GABRIELE D’ANNUNZIO (Pescara 1863- Gardone 1938) – PRODUZIONE LETTERARIA



La produzione letteraria di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), sebbene vastissima e multiforme, presenta un profilo abbastanza unitario, nelle tematiche e nello stile: fin dal Canto Novo (1882) la sua fisionomia di scrittore risulta sufficientemente precisata e se anche gli sviluppi successivi la modificheranno in parte, non arriveranno mai a cancellarne i tratti originari.
La matrice della poetica dannunziana è POSITIVISTA E MATERIALISTICA , con in più un afflato mistico che conduce spesso l’autore ad una identificazione estatica con la materia stessa, nelle forme che essa assume nei corpi della natura, nei ritmi delle stagioni. Tutto quanto abbia a che fare con il corpo, dalla sensibilità alla sensualità fino alla malattia e al disfacimento della morte, diviene per il poeta un vero e proprio oggetto di culto e di esaltazione, che si riflette nel più ampio culto delle acque e dei boschi, delle spiagge e del sole, come manifestazioni meravigliose di una irrefrenabile energia vitale. Il poeta diviene il SACERDOTE LAICO che officia i riti di una religiosità pagana e amorale, depositario di un mistero che non ha nulla di metafisico: è il mistero della bellezza che si incarna nelle forze naturali positive, e che non sopporta vincoli di ordine etico o sociale.. la bellezza per D’Annunzio non va solo contemplata: al contrario essa va usata fino in fondo in una brama di possesso e di godimento estetico che non conosce limiti.

Agli albori della modernità italiana, tra Ottocento e Novecento, D’Annunzio scopre la cultura di massa e sa farsene interprete. Sempre aggiornato sui fenomeni più in voga, fonda sull’ imitazione la sua produzione letteraria, cogliendo abilmente di volta in volta gli umori del momento e rielaborando in modo originale. I modelli più disparati.

1.ESORDIO DI INFLUENZA CARDUCCIANA E NATURALISTA.
L’esordio poetico di D’annunzio con Primo vere (1879) e Canto novo (1882) è all’insegna di Carducci, rivisitato nella direzione di un’intima comunione con la natura che ispira sentimenti sensuali e vitalistici. I racconti giovanili sono ambientati in Abruzzo, terra d’origine del poeta rappresentata come luogo dalla natura ferina e istintiva, aspra e selvaggia; questi, confluiti nel volume unico Novelle della Pescara (1902), risentono l’influenza del Naturalismo francese (Flaubert e Maupassant) e del Verismo italiano (Capuana e Verga); si tratta essenzialmente di un’imitazione prevalentemente formale, poiché il D’Annunzio col suo temperamento sensuale è lontanissimo sia dalla concezione sana, operosa e virile di Carducci, sia dalla profonda moralità e pietà del Verga.

2.DECADENTISMO ESTETIZZANTE. Dagli esordi giovanili carducciani e naturalistici, i percorsi dannunziani andranno sempre più intrecciandosi. Sono questi gli anni, dal 1883 in poi, in cui il D’Annunzio diventa una celebrità nei salotti romani più importanti; diventa il celebre cronista mondano di riviste importanti “Cronaca bizantina”, “Capitan Fracassa”, la “Tribuna”, fa una fuga d’amore con la duchessina Maria Hardouin di gallese, sedotta per scopi pubblicitari, e poi sposata per obbligo di riparazione. Gli anni romani (1881-1891) sono fondamentali per al sua formazione letteraria e per la sua crescita ed evoluzione artistica: divora i libri di Flaubert, Zola, Maupassant, i versi parnassiani di Baudelaire ( in particolare I fiori del male) e Mallarmé, i romantici Keats e Shelley, il decadente Swinburne. La ricchezza di esperienze erotiche e la molteplicità delle letture alimentano non solo la narrativa di questi anni, ma anche le prove poetiche del D’annunzio romano. Il poeta infatti si orienta verso un calcolato kitsch (letteralmente: fare opera antica con materiale moderno), un indirizzo estetico di fine Ottocentoche consiste nell’accumulo di materiali eterogenei nello stesso componimento. Ciò che conta per il poeta è l’effetto strabiliante dell’insieme, e soprattutto la perfezione della forma, la cui assoluta priorità è affermata nella chiusa del primo romanzo di D’Annunzio, Il Piacere (1889) “O poeta, divina è la Parola….e il verso è tutto”
Sull’esempio dei romanzi ciclici dell’Ottocento di Honoré de Balzac ( la commedia umana) DI EMILE Zola ( i Rougon Macquart), Verga (i vinti), il D’Annunzio si propose di scrivere un ciclo di romanzi distinti in tre trilogie: I romanzi della rosa, I romanzi del giglio, I romanzi del melograno a simboleggiare le tappe evolutive del suo spirito dalla schiavitù delle passioni alla vittoria su di esse.
La contemplazione e il godimento della bellezza, insieme intellettuale e istintuale – L’ESTETISMO - cioè l’esaltazione della Bellezza “pura e inutile” contraddistingue i primi tre romanzi di D’Annunzio: Il Piacere (1889), L’innocente (1892), Il trionfo della morte (1894) - poi riuniti nel ciclo I Romanzi della rosa – hanno per protagonisti raffinatissimi intellettuali, mossi dal comune desiderio di una sfrenata ricerca del piacere, che si trovano a scontrarsi in vari modi con la forza travolgente e incontrastabile della sensualità e delle passioni, e ne escono sconfitti, pagando la loro inadeguatezza con la nevrosi (Andrei Sperelli, Il Piacere), con il delitto (Tullio Hermil, L’Innocente), con la morte (Giorgio Aurispa, Il Trionfo della morte). Il vero modello de Il Piacere va cercato nel romanzo fondamentale del Decadentismo europeo, A ritroso del francese K. Huysmans. I protagonisti dei ROMANZI DELLA ROSA, il fiore simbolo della voluttà, d, pubblicato nel 1884 e subito letto e ammirato da D’Annunzio. ella passione invincibile, rappresentano simbolicamente l’autore stesso, sono delle controfigure dell’autore che si muovono nello stesso frivolo mondo nella nobiltà romana nel quale si muoveva in quegli anni D’Annunzio e ne condivideva i gusti e le inclinazioni. Non a caso il D’Annunzio forgia proprio in questi anni il proprio gusto decadente tutto nutrito di edonismo e di prezioso estetismo. Ma i personaggi suddetti non possiedono ancora la sufficiente energia vitale e sovrumana, necessaria per sopravvivere ai devastanti effetti di una vita vissuta all’insegna del puro edonismo, della sensualità scatenata: una energia che D’Annunzio riteneva esclusivo appannaggio del cosiddetto Superuomo, il mitico prodotto finale di una darwiniana selezione naturale intenta a falcidiare i più deboli e inadeguati.

LIRICA: La ricchezza delle esperienze erotiche e la vastità delle letture, in particolare di opere francesi, alimentano non solo la prosa di questi anni romani, ma anche la POESIA. Al gusto estetizzante si ispirano le due raccolte
Elegie romane (1883); Intermezzo di rime (1887-1892). In elegie romane il poeta esprime informe poetiche tradizionali (sonetti, madrigali, ecc.) ritratti femminili in un ambiente aristocratico e raffinato disfatto dall’eccesso di sensualità E’ evidente il queste opere la lezione dei Parnassiani francesi, in particolare di Th.Gautier,e di Charles Baudelaire (I fiori del male). I motivi fondamentali sono, ancora, la corrispondenza tra ARTE e VITA; il narcisismo edonistico, una forte componente sensuale che si esprime mediante un irrefrenabile godimento dei sensi; il nesso parnassiano tra la perfezione formale e la dissoluzione morale; la poetica del KITSCH.


3.FASE BONTA’: PERIODO NAPOLETANO (1891-93)
Nel 1891 D’Annunzio abbandona la vita gaudente romana e perseguitato dai creditori si trasferisce a napoli. Anche nel periodo napoletano lo studio delle letterature straniere orienta e condiziona la sua poetica. La lettura in traduzione francese dei narratori russi Tolstoj e Dostoevskij (I fratelli Karamazov) Nascono opere di impianto fortemente morale e psicologico che mirano alla condanna dell’uomo che si abbandona senza coscienza e senza ideali alla ricerca del piacere. I motivi sono, dunque, la poetica del pentimento e dei buoni sentimenti; il Simbolismo come trasfigurazione di oggetti ed emozioni nella musicalità del verso.
Opere del periodo napoletano: I romanzi Giovanni Episcopo (1891) e L’innocente (1893); Il poema paradisiaco (1893).

4.IL SUPEROMISMO (1892). La seconda trilogia, I ROMANZI DEL GIGLIO fiore simbolo del superuomo, della passione che si purifica, si ispira al SUPEROMISMO DI NIETZSCHE. La conoscenza della filosofia di N. è databile intorno al 1892, anno in cui D’annunzio lesse Così parlo Zarathustra e ne rimase certamente colpito, tanto da segnare una svolta intellettuale destinata a dividere in due il percorso artistico dannunziano. Sarebbe tuttavia un errore ritenere che nel poeta l’idea del superuomo sia totalmente tributaria delle teorie nietzscheane: essa è infatti già presente nel forte Vitalismo che caratterizza la poetica dannunziana fin dal Canto novo. Dal superuomo di N., il superuomo dannunziano deriva il concetto della volontà di potenza creativa e della ricerca di una gioia nuova, derivata dalla capacità di non dubitare più di sé dinanzi al mondo. Al potere del superuomo si contrappone la banalità e la cieca passività della folla, cioè della massa della civiltà moderna che minaccia la singolare eccellenza dell’eroe, e che dunque deve essere sottomessa alla sua forza creatrice. Il superuomo dannunziano coincide con l’artista, un essere superiore che in virtù della propria vitalità intellettuale e del culto della Parola, ha il diritto di dominio assoluto sulla folla, semplice strumento della sua capacità di imprimere accelerazioni alla storia umana. L’autore si convince che è esattamente la parola, nei suoi valori tanto semantici quanto musicali, la garanzia del conquistato possesso del mondo da parte del poeta-superuomo (il poeta, accanto a Nietzsche, aveva scoperto anche la musica di Richard Wagner 1818-1888 teorico del cosiddetto dramma di parole e musica che realizza la perfetta compenetrazione tra canto e orchestra, parole e musica). Il suo estetismo di matrice materialista, reperisce i mezzi verbali più congeniali- volutamente straordinari- attraverso una assoluta ricerca inesausta di vocabolari, dizionari specializzati, lessici, attingendo a opere letterarie antiche e moderne, al punto da far incorrere D’Annunzio in numerose accuse di plagio. Si accentua in questa fase l’idea di una superiorità assoluta dell’artista e della sua sintonia con la natura. Una volta raggiunta la sicurezza della parola, una volta identificato in essa l’universo privilegiato del Superuomo, la vita stessa può farsi a sua volta parola, può manifestarsi attraverso una serie di gesti clamorosi ed eccentrici che recano in sé la finzione dell’arte: la vita come opera d’arte, vecchio sogno dei Scapigliati e dei bohemiens, ma anche dei Parnassiani e in generale dei decadenti francesi, può finalmente realizzarsi sotto l’egida del Superuomo, facendo di D’Annunzio un “caso” culturale assolutamente unico nella storia della letteratura europea moderna.
Il superuomo di D’Annunzio è fondamentalmente assai lontano dal suo modello nietzscheano: privo di spessore filosofico e conoscitivo, tanto gaudente, vitale e ottimista quanto l’altro appare pessimista e funebre, il Superuomo dannunziano affida la propria onnipotenza alle armi della parola: al parossismo dei sensi e della materia si può sopravvivere solo grazie al culto della parola, solo a patto di poter forgiare un linguaggio sublime e divino che sia all’altezza dell’eccezionalità dei contenuti da significare e comunicare.
I tratti distintivi del Superuomo possiamo riassumerli nelle parole del critico Carlo Salinari “culto dell’energia dominatrice, sia che si manifesti come forza o come capacità di godimento della bellezza; ricerca della propria tradizione storica nella civiltà pagana greco-romana e in quella rinascimentale; concezione aristocratica del mondo e disprezzo della massa; idea di una missione di potenza e di grandezza della nazione italiana da realizzarsi soprattutto attraverso la gloria militare; giudizio totalmente negativo sull’Italia postunitaria e necessità di energie nuove che la risollevino dal fango”.

Il tema del superuomo produce i suoi interessanti effetti sia in ambito poetico che, soprattutto, nel campo della narrativa. Se Il trionfo della morte (1894) è il romanzo che fotografa la graduale metamorfosi ideologica, il romanzo-manifesto della poetica del Superuomo è Le vergini delle rocce (1895) il primo e unico romanzo della trilogia “del giglio”.
Tuttavia, il primo personaggio davvero vincente che si incontra nella narrativa dannunziana è il grande poeta Stelio Effrena, incarnazione di un ideale artistico eroico, protagonista de Il fuoco (1900). Questo romanzo, unico della TRILOGIA DEL MELOGRANO, rappresenta il culmine del romanzo superomistico dannunziano, il livello più alto del suo ottimismo creativo. Giunge qui a compimento anche il processo di dissoluzione delle strutture del romanzo realista, a avntaggio di effetti musicali ispirati dalla wagneriana.

LIRICA : Accanto al romanzo, il mito superomistico alimenta anche la poesia di D’Annunzio. In questo ambito lo scrittore è debitore non soltanto del Così parlò Zaratustra, ma anche della nascita della tragedia di Nietzsche, in cui il filosofo tedesco aveva posto le forme della spiritualità greca all’origine della civiltà occidentale. In ambito lirico il mito del superuomo si sposa con la riscoperta e l’esaltazione da parte del poeta della Grecia antica, patria del “sentimento dell’energia e della potenza elevato al sommo grado”: il mito del mondo antico capace di illuminare e riscattare la decadenza del presente, si concretizza in un viaggio condotto da D’Anninzio nei siti archeologici ellenici nel 1895. Così dopo anni di dedizione alla prosa e al teatro, in una lettera del giugno 1899 D’Annunzio annuncia: “In questi giorni mi sono riaccostato alla poesia: ho scritto alcune delle Laudi del cielo, del mare, della terra degli eroi” Nasce così sul finire del 1890 il progetto delle Laudi, dedicate alla suprema ambizione del poeta-superuomo intenzionato a cantare la bellezza del mondo visibile e la gloria dell’eroe attraverso il tempo. Non si tratta solo di poesia: il richiamo del titolo alle Laudes creaturarum di S.Francesco, allude alla volonta del D’annunzio di fondare una moderna religione anticristiana, basata sul ricongiungimento dell’individuo alla potenza creatrice della natura. Il progetto delle Laudi prevede sette libri, ognuno dedicato ad una stella delle Pleiadi. Nei fatti, D’Annunzio pubblica i primi tre libri, composti tra il 1896 – 1903 : Maia (1903); Elettra (1904); Alcyone (1904). I motivi che sostanziano la poesia delle Laudi sono temi cari al Superuomo: l’esaltazione del mito attraverso un itinerario mentale e reale sulle tracce della Grecia antica; esaltazione degli eroi ed episodi del passato alla ricerca dei segni della grandezza dell’Italia (poesia di intonazione civile di stampo patriottico e nazionalistico); concezione aristocratica del mondo; fusione panica con la Natura e metamorfosi dell’uomo; intenso rapporto a carattere dionisiaco del poeta-superuomo con la Natura, fonte di inesauribile energia creativa (Vitalismo); il culto della parola. Questa poetica si riflette anche sul piano stilistico La parola sublime e “divina” è orchestrata in vista della maggiore musicalità possibile, in grado di assecondare le invenzioni della sua fantasia nella forma originale della “strofa lunga”: i testi poetici sono infatti concepiti come partiture orchestrate su una metrica ora tradizionale, ora libera, ma sempre caoace di assecondare il flusso delle immagini. Il culto della parola conosce la sua più piena realizzazione proprio nei primi tre libri delle Laudi e in particolare nell’Alcyone (1903) concordemente ritenuto il capolavoro della poesia dannunziana. In Alcyone il poeta si abbandona alla libera celebrazione dell’estate e della sua forza vitale, rifondendo il materiale poetico del Canto Novo in direzione di una ricerca stilistica che diviene l’obiettivo supremo della creazione artistica. Particolarmente efficace risulta l’utilizzo della “strofa lunga” composta da una prolungata sequenza di versi liberi, cioè di misura variabile,, ma preferibilmente breve, così da conferire agilità allo schema metrico. . Alla suggestione musicale collaborano le scelte lessicali, auliche e talvolta semplici, ma sempre ricche di particolari effetti fonici, l’uso di assonanze, allitterazioni, similitudini, metafore sinestesie volte ad ottenere una lingua poetica fortemente analogica.

5.NAZIONALISMO. Al rientro dalla Francia (1910-1915) D’annunzio manifesta di aver tradotto gli ideali superomistici di volontà di potenza in attivismo politico a base nazionalistica. Il superuomo dannunziano non veste più soltanto i panni dell’artista raffinato, ma diventa il banditore di una politica aggressiva, elitaria, antidemocratica, imperialistica. Diviene un poeta soldato, il vate d’Italia, si arruola nell’esercito italiano, combatte sul Carso, partecipa ad imprese militari marittime ed aeree ( in seguito ad un incidente aereo perde l’occhio destro, volo su Vienna; occupazione di Fiume). Alle impresa del poeta soldato fa eco sul piano letterario una poesia nazionalistica: le Canzoni delle gesta d’oltremare (1911-1912) scritte per esaltare la guerra di Libia e → confluite nel 4° libro delle Laudi dal titolo Merope; i Canti della guerra latina (1914-18) scritti per esaltare le gesta italiane durante la 1^ guerra mondiale e → confluiti nel 5° libro delle Laudi dal titolo Asterope (1932).


6.FASE NOTTURNA. PROSA LIRICA E MEMORIALE
. Dopo gli anni di attivismo bellico, lo scrittore, cieco da un occhio, si dedica ad una prosa non più veemente e narrativa, virile, bensì descrittiva, a carattere memoriale, diaristico incentrata sulla trascrizione della sua “vita segreta” .La nuova prosa dannunziana diviene sfumata, frammentaria, fatta di appunti, ricordi e folgorazioni; è una prosa fortemente lirica che mira a ricreare il mito di un D’annunzio superumano la cui vista creativa, piuttosto che indebolirsi si affina con la cecità. Il capolavoro della fase notturna è il Notturno, un libro nato proprio nel periodo della cecità e poi ampliato in vista della sua pubblicazione avvenuta nel 1921.

BIBL: De Caprio Giovanardi, I testi della letteratura italiana; Antonelli-Sapegno, Il senso e le forme; appunti docente.

G. PASCOLI (1855-1912) - IL FANCIULLINO


Il Fancilullino è uno scritto teorico articolato in 20 capitoli , la cui composizione si svolge nell’arco di un decennio. Pubblicato inizialmente a puntate sulla rivista “Il Marzocco”, compare in edizione definitiva nel 1907 all’interno del volume “Pensieri e discorsi”. Il saggio costituisce la massima espressione della riflessione teorica del Pascoli sulla poesia; Il fanciullino si presenta come una lunga e dettagliata esposizione del programma poetico dell’autore, in cui è sviluppato il concetto prerazionale e intuitivo della poesia.
LA POETICA DEL IL FANCIULLINO
L’idea centrale della riflessione teorica è che il poeta è il solo privilegiato che riesce a dar voce al “fanciullo” – simbolo dell’irrazionale - che rimane nascosto in ognuno di noi; la poetica del fanciullino si collega al concetto di poesia intesa come “meraviglia”: come agli occhi puri e innocenti di un fanciullo il mondo appare meraviglioso e stupefacente anche nei suoi aspetti più comuni e banali, così il poeta deve saper cogliere LO STRAORDINARIO NELL’ORDINARIO, scavare nelle sensazioni fino ad isolarne tratti che sfuggono al senso comune ed esprimere quei tratti a parole, quasi come un novello Adamo che “mette il nome a tutto ciò che vede e sente”. Ma il fanciullo che è in noi è normalmente soffocato dalle esigenze della vita; esso è invece rimasto in vita nel poeta e parla e si esprime nei suoi versi. Il compito del poeta consiste nel comunicare il senso di stupore che nasce dalla conoscenza nuova e sempre diversa che hanno della realtà circostante coloro i quali possiedono la particolare facoltà di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma non è percepito dalla maggior parte degli individui.
il Pascoli teorizza la sua poetica, intimamente connessa al Decadentismo, - la poetica del Fanciullino- all’incirca negli stessi anni in cui D’Annunzio elabora il mito del «superuomo. Questi i punti principali della poetica pascoliana:

 NATURA IRRAZIONALE E INTUITIVA DELLA POESIA. Il poeta è quel fanciullino presente in un cantuccio dell’anima di ognuno di noi, un fanciullino che rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, anche quando nell’età più matura siamo distratti e impegnati in attività pratiche. Il fanciullino che è in ciascuno di noi arriva alla verità non attraverso il ragionamento, ma in modo intuitivo ed irrazionale, guardando tutte le cose con stupore, con aurorale meraviglia, come fosse la prima volta: Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama profondo, perché d’un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporti nell’abisso della verità. Anche la poesia, per Pascoli, deve essere spontanea e intuitiva, come intuitivo è il modo di conoscere e di giudicare dei fanciulli. C’è in Pascoli, dunque, l’idea della poesia “pura”, genuina espressione del sentimento, immune da interferenze intellettualistiche e da ogni finalità pratica.
La poesia tradizionale secondo Pascoli non sa di guazza e d’erba fresca: essa non ha la spontaneità e lo stupore della percezione fanciullesca, sovraccarica com’è di raffinatezza letteraria, di schemi retorici. La poesia, inoltre, deve essere pura e istintiva perché il fanciullo non s’intende di problemi politici o morali, né di lotte sindacali e di ideologie; una poesia che s’interessa programmaticamente di questi problemi è poesia applicata e si risolve in propaganda o retorica.
 POTERE ANALOGICO E SUGGESTIVO DELLA POESIA. Se il poeta-fanciullo arriva alla verità in maniera alogica e irrazionale, per folgorazioni intuitive, la poesia allora deve affidarsi all’intatto potere analogico e suggestivo dei suoi occhi, non ancora inquinati da alcuno schema mentale, culturale, storico. Gli occhi del fanciullo scoprono nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose; adattano il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario; impiccioliscono per poter vedere, ingrandiscono per poter ammirare, giungendo, immediatamente e intuitivamente, quasi per suggestione, al cuore delle cose, al mistero che palpita segreto in ogni aspetto della vita.
 POESIA COME SCOPERTA e CONOSCENZA : VALORE GNOSEOLOGICO DELLA POESIA. La poesia non è invenzione, ma conoscenza e scoperta : scoperta di una realtà ultrasensibile che solo che solo il poeta , grazie alla sua particolare sensibilità di “fanciullo”, sa cogliere e decifrare (A.Rimbaud, Lettera del veggente). Poesia è trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente, e serenamente di tra l’oscuro tumulto della nostra anima. La poesia ci mette in comunicazione immediata con il mistero che è la realtà vera dell’essere, essa è un mistico contatto con l’anima delle cose, è la forma suprema di conoscenza.
 IL SIMBOLISMO. Il fanciullo-poeta non riesce a cogliere i rapporti logici di causa ed effetto tra le cose, a fissarle in un insieme o sistema coerente. Gli oggetti vengono piuttosto percepiti in modo isolato e svincolato dal contesto, scatenando così l’immaginazione del poeta che li carica di significati nuovi, antichi ricordi o esperienze del proprio universo immaginario, e ne fa un simbolo. Ecco allora che l’”aratro dimenticato” in mezzo al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza. L’«albero spoglio e contorto» diventa simbolo dell’angoscia dell’uomo; il «nido vuoto» simbolo della casa vuota delle presenze familiari; i «fiori» simbolo dell’inquietudine e del peccato, della incomunicabilità dell’esistenza umana, gli annunciatori della morte. Tutta la poesia pascoliana è intrisa di simboli, perché la realtà che essa rappresenta è il mistero insondabile che circonda la vita degli esseri viventi e del cosmo. Il poeta è teso ad esprimere i palpiti arcani, le rivelazioni delle cose, le illuminazioni dell’ignoto. Il simbolismo pascoliano – e in generale tutta la sua sensibilità decadente- come rileverà anche successivamente Eugenio Montale, pur avvicinandosi a quello europeo, resta ancora un atteggiamento ristretto provinciale, più istintivo che consapevole e programmatico, perché modesti furono in verità i contatti del poeta con la cultura europea, ridotte le sollecitazioni esterne. (Il simbolismo pascoliano non raggiunge la profonda coscienza, la medesima tensione visionaria, l’agonismo conoscitivo del Simbolismo francese).
 LE UMILI COSE. Se la poesia è nelle cose stesse, nel particolare poetico, allora anche i motivi della poesia non necessariamente devono essere grandiosi ed illustri, o avere il fascino dell’antico e dell’esotico, quel fascino che tanto ammalia i poeti del secondo Ottocento francese. Per il poeta, come per il fanciullo, sono degne di canto anche le piccole cose, umili, quotidiane, familiari, le piante più modeste, i piccoli animali, gli eventi del mondo naturale e campestre. La poesia del Pascoli canta l’umile fatica delle lavandare, la famiglia raccolta attorno alla tavola, i frulli d’uccelli, lo stormire dei cipressi, il lontano cantare di campane, il tuono, il lampo. La tematica, delle piccole cose è legata all’universo contadino, un mondo semplice e schietto intriso di sacralità e di arcana saggezza, da cui il Pascoli proviene e al quale sempre rimane fedele.
 FUNZIONE CONSOLATRICE DELLA POESIA. La poesia, oltre a rappresentare uno strumento di conoscenza della realtà ultrasensibile, svolge una suprema funzione civile e morale: Il poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio e familiare e umano. E’ la poesia che persuade l’uomo ad accontentarsi del poco e del suo stato, perché pone un soave e leggero freno all’instancabile desiderio, quello di crescere socialmente. La poesia, dunque, invita alla fratellanza contro la comune infelicità, e non alla lotta di classe che divide; invita alla conciliazione delle contraddizioni, ad una comunione degli uomini nella rassegnazione per una impossibile felicità. Ma tale rassegnazione, è evidente, lascia regressivamente il mondo com’è, con le sue disuguaglianze, le sue miserie, le sue sopraffazioni.