lunedì 2 febbraio 2015
Quintiliano – Institutio oratoria II, 2, 1-4 “Doveri del maestro”
“ (Il maestro) assuma anzitutto verso i suoi discepoli i sen¬timenti di un genitore e pensi (exsistimet) di subentrare al posto di coloro che gli hanno affidato i figli . Egli stesso non abbia e non ammetta vizi. La sua severità non sia rigorosa (cupa), la sua cordialità non sia eccessiva, in modo che non nasca di là (inde) l’odio, di qua (hinc) il disprezzo. Parli moltissimo (sermo sit ei plurimus) di ciò che è onesto e di ciò che è buono; infatti quanto più spesso avrà ammonito (monuerit), tanto più raramente castigherà (castigabit). Non sia affatto iracondo, nè trascuri (dissimulator sit) quei difetti che sono da correggere; sia chiaro nell’insegnare, sia amante del lavoro, assiduo piuttosto che eccessivo. (2) Risponda di buon grado a coloro che lo interrogano, di sua iniziativa interroghi coloro che non pongono domande. Nel lodare i modi di dire degli allievi non sia né più scarso del giusto, né eccessivo, poiché il primo atteggiamento (l’avarizia di parole di lode) genera noia per il lavoro; la prodigalità, assenza di preoccupazioni. (3) Nel correggere gli errori ( le cose che saranno da correggere: quae corrigenda erunt), non sia aspro e per nulla offensivo; infatti proprio ciò allontana (fugat) molti dal proposito di studiare e cioè il fatto che (quod dichiarativo) alcuni maestri rimproverino quasi come se odiassero (oderint: cong.perfetto con valore di cong. pres.: odi , odisti, odisse); (4) Egli stesso dica qualcosa di nuovo, anzi ogni giorno molte cose, che poi quelli che ascoltano possano ripetere fra loro (referant secum). Infatti sebbene (licet) il maestro fornisca attraverso la lettura esempi sufficienti da imitare, tuttavia la voce viva, come si suol dire (ut dicitur) nutre più pienamente (plenius) e specialmente la voce di quel precettore che i discepoli, se sono sati istruiti rettamente, amano e rispettano. A stento potrebbe dirsi, si stenta a dirlo, quanto più volentieri imitiamo coloro che ammiriamo”.
Testo originale
"Sumat igitur ante omnia parentis erga discipulos suos animum, ac succedere se in eorum locum a quibus sibi liberi tradantur existimet. Ipse nec habeat uitia nec ferat. Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comitas, ne inde odium, hinc contemptus oriatur. Plurimus ei de honesto ac bono sermo sit: nam quo saepius monuerit, hoc rarius castigabit; minime iracundus, nec tamen eorum quae emendanda erunt dissimulator, simplex in docendo, patiens laboris, adsiduus potius quam inmodicus. Interrogantibus libenter respondeat, non interrogantes percontetur ultro. In laudandis discipulorum dictionibus nec malignus nec effusus, quia res altera taedium laboris, altera securitatem parit. In emendando quae corrigenda erunt non acerbus minimeque contumeliosus; nam id quidem multos a proposito studendi fugat, quod quidam sic obiurgant quasi oderint. Ipse aliquid, immo multa cotidie dicat,quae secum auditores referant. Licet enim satis exemplorum ad imitandum ex lectione suppeditet, tamen viva illa, ut dicitur, vox alit plenius praecipueque eius praeceptoris, quem discipuli, si modo recte sunt instituti, et amant et verentur. Vix autem dici potest, quanto libentius imitemur eos, quibus favemus".
succedo, is, successi,, cessum, ere, 3
trado, is, tradidi, traditum, ere, 3
existimo, as, avi, atum , are, 1
orior, oreris e oriris, ortus sum, oriri, 3 e 4 dep
patior, pateris, passus sum, pati 3 dep
respondeo, es, responsi, responsum, ere 3
percontor, aris, atus sum, ari 1 dep
pario, is, peperi, partum , parere 3
emendo, as, vi, atum, are, 1
corrigo, is rexi, rectum, ere, 3
obiurgo, as, avi, atum , are, 1
vereor, ereris, veritus sum, eri , 2 dep
faveo, es, favi, autum, ere, 2; col dativo
imitor, aris, atus sum, ari, 1 dep
Quintiliano – Institutio oratoria II, 9, 1-3 “Doveri degli allievi”
“Dopo aver detto più cose sul dovere dei maestri, questo solo intanto raccomando agli allievi, che amino i maestri non meno degli stessi studi e che li ritengano (credant) genitori non certamente (non quidem) dei corpi, ma delle menti. (2) Questo rispetto (haec pietas) gioverà molto allo studio; perché così ascolteranno volentieri e crederanno alle parole e desidereranno essere simili (a loro); infine lieti e contenti si recheranno (convenient) nei gruppi (in coetus) dei compagni di scuola; ripresi non si arrabbieranno, lodati, proveranno piacere e al fine di risultare molto cari, si renderanno meritevoli grazie allo studio. (3) Infatti, come è dovere dei maestri (illorum: di quelli) insegnare, così è dovere dei discepoli (horum: di questi) mostrarsi docili; del resto nessuno dei due doveri (neutrum officium) è sufficiente senza l’altro. E così invano avrai sparso i semi (sparseris semina) se il solco preparato in precedenza (praemollius) non li alimenterà: così l’eloquenza non può svilupparsi (nequit coalescere) se non con lo sforzo condiviso di chi trasmette e di chi acquisisce (il sapere)”.
Testo originale
Plura de offlciis docentium locutus discipulos id unum interim moneo, ut praeceptores suos non minus quam ipsa studia ament, et parentes esse non quidem corporum sed mentium credant. Multum haec pietas conferet studio; nam ita et libenter audient et dictis credent et esse similes concupiscent, in ipsos denique coetus scholarum laeti alacresque convenient, emendati non irascentur, laudati gaudebunt, ut sint carissimi studio merebuntur. Nam ut illorum officium est docere, sic horum praebere se dociles; alioqui neutrum sine altero suflicit. Et sicut hominis ortus ex utroque gignentium confertur, et frustra sparseris semina, nisi illa praemollitus foverit sulcus: ita eloquentia coalescere nequit nisi sociata tradentis accipientisque concordia.
Audeo, es, ausus sum, audere, 2
Loquor, eris, locutus sum, loqui, 3 dep
Credo, is, credidi, creditum ere, 3
Concupisco, is, concupivi (ii), concupitum, ere 3
Convenio, is, conveni, conventum, ire
Irascor, irasceris, iratus sum irasci, 3 dep
Gaudeo, es, gavisus sum, ere 2
Mereor, mereris, meritus sum, eri 2 dep
Praebeo, es praebui, praebitum, ere 2
Sufficio, is, suffeci, suffectum, ere 3
Gigno, is, genui, genitum, ere 3
Confero, confers, contuli, collatum, conferre
Foveo, es, fovi, fotum, ere 2
Coalesco, is, coalui, alitum, ere 3
Accipio, is, accepi, acceptum ere 3
Trado, is, tradidi, traditum, ere 3
Nequeo, nequis, nequivi, nequitum, nequire, 4 atem.
Spargo, is, sparsi, sparsum, ere 3
Testo originale
Plura de offlciis docentium locutus discipulos id unum interim moneo, ut praeceptores suos non minus quam ipsa studia ament, et parentes esse non quidem corporum sed mentium credant. Multum haec pietas conferet studio; nam ita et libenter audient et dictis credent et esse similes concupiscent, in ipsos denique coetus scholarum laeti alacresque convenient, emendati non irascentur, laudati gaudebunt, ut sint carissimi studio merebuntur. Nam ut illorum officium est docere, sic horum praebere se dociles; alioqui neutrum sine altero suflicit. Et sicut hominis ortus ex utroque gignentium confertur, et frustra sparseris semina, nisi illa praemollitus foverit sulcus: ita eloquentia coalescere nequit nisi sociata tradentis accipientisque concordia.
Audeo, es, ausus sum, audere, 2
Loquor, eris, locutus sum, loqui, 3 dep
Credo, is, credidi, creditum ere, 3
Concupisco, is, concupivi (ii), concupitum, ere 3
Convenio, is, conveni, conventum, ire
Irascor, irasceris, iratus sum irasci, 3 dep
Gaudeo, es, gavisus sum, ere 2
Mereor, mereris, meritus sum, eri 2 dep
Praebeo, es praebui, praebitum, ere 2
Sufficio, is, suffeci, suffectum, ere 3
Gigno, is, genui, genitum, ere 3
Confero, confers, contuli, collatum, conferre
Foveo, es, fovi, fotum, ere 2
Coalesco, is, coalui, alitum, ere 3
Accipio, is, accepi, acceptum ere 3
Trado, is, tradidi, traditum, ere 3
Nequeo, nequis, nequivi, nequitum, nequire, 4 atem.
Spargo, is, sparsi, sparsum, ere 3
domenica 25 gennaio 2015
ANALISI TESTO POETICO – IL COMMENTO
La struttura di un commento si articola in tre fasi: INTRODUZIONE, ANALISI DEL SIGNIFICATO, ANALISI DEL SIGNIFICANTE.
A) INTRODUZIONE - INFORMAZIONI SOMMARIE SUL TESTO (titolo, autore, opera da cui è tratto il testo, anno composizione, argomento generale della lirica).
B) PIANO DEL SIGNIFICATO (LIVELLO STILISTICO- RETORICO): lessico e parole chiave, sintassi(l'ordine delle parole nel testo poetico, la disposizione dei periodi in simmetria o in parallelismo), temi dominanti, messaggio che il poeta vuole trasmettere, figure retoriche di significato (similitudine, metafora, analogia, sinestesia, metonimia, sineddoche, iperbole, antitesi, ossimoro) e di ordine delle parole ( climax, anticlimax, anafora,chiasmo, inversione) contestualizzazione, conclusione. Relazione tra significato e significante(ad esempio, suoni aspri e duri possono comunicare l'idea del dolore).
C) PIANO del SIGNIFICANTE (STRUTTURA DEL TESTO DAL PUNTO DI VISTA TECNICO-FORMALE - LIVELLO METRICO RITMICO) : versi, strofe, rime, schema metrico, figure retoriche del significante: figure metriche, figure di suono; ritmo della lirica: accenti ritmici (ictus) ravvicinati o distanziati, pause metriche o sintattiche, enjambement.
Ciascuna opera letteraria va intesa, secondo i principi della moderna critica letteraria ispirati allo Strutturalismo e alla TEORIA DEL SEGNO LINGUISTICO di FERDINAND DE SAUSSURRE(Ginevra,1857 – Vufflens-le-Château, 1913; fu un linguista e semiologo svizzero. È considerato il fondatore della linguistica moderna), come un insieme di segni che devono essere decodificati in sede interpretativa al fine di cogliere il significato denotativo e connotativo che il testo vuole esprimere. Il segno linguistico è, infatti, una realtà polisemica, un “concetto dicotomico” composto da un significante e da un significato: il significante rappresenta l’aspetto esteriore e formale del segno, l’insieme degli artifici comunicativi dell’opera; il significato si riferisce al contenuto denotativo e connotativo dell’opera, al messaggio che il testo si propone di trasmettere attraverso il piano del significante. In tal senso un importante campo d’indagine, nell’analisi di un testo letterario, è il PIANO DEL SIGNIFICANTE, cioè il PIANO TECNICO-FORMALE, che riguarda le manifestazioni fonologiche e le nozioni di verso, strofa, rima, metro, ritmo, figure retoriche del significante, figure di suono.
Un altro campo d’indagine riguarda il PIANO DEL SIGNIFICATO, il contenuto connotativo del testo, ciò che la lirica vuole comunicare attraverso le figure retoriche, secondo un significato diverso da quello letterale. Attraverso lo studio del significante e del significato è possibile stabilire il contenuto connotativo dell’opera e giungere ad una corretta ed esaustiva decodificazione del testo letterario inteso come insieme di segni linguistici.
FACCIAMO IL PUNTO SU: IL VERISMO - GIOVANNI VERGA, LUIGI CAPUANA
Dopo il 1870 Luigi Capuana dà vita a Milano, insieme a Giovanni Verga (1840-1922) al movimento verista, che si prefigge di riproporre in Italia la poetica del Naturalismo francese. Il movimento verista nasce nella seconda metà degli anni settanta a Milano, città che era divenuta, grazie al rapido sviluppo industriale, uno dei centri culturali più vivi e ricettivi della nazione, come dimostrava il recente fenomeno della Scapigliatura. L’evento decisivo è l’uscita nel 1877 del romanzo L’Ammazzatoio di Emile Zola, subito recensito da Luigi Capuana sul “Corriere della Sera”. Di lì a pochi mesi Luigi Capuana, insieme all’amico catanese Giovanni Verga, allo scapigliato Roberto Sacchetti e a Felice Cameroni, decidono di tentare anche in Italia una poetica ispirata ai principi del Naturalismo. La poetica del verismo si fonda taluni principi fondamentali:
• L’ARTE COME INVESTIGAZIONE SCIENTIFICA DELLA REALTÀ SOCIALE
• IL ROMANZO DIVIENE UN “DOCUMENTO UMANO” : Il romanzo come genere letterario che fotografa, con spietato realismo, i comportamenti individuali e sociali.
• Il fattore ereditario e l’ambiente sociale come fattori condizionanti della vita dell’uomo. Alla luce di queste teorie anche i fenomeni psichici rientrano, come tutti i fenomeni biologici, nelle leggi del “Determinismo scientifico” che impone una spietata lotta per la sopravvivenza.
• CANONE DELL’IMPERSONALITA’. ECLISSI DEL NARRATORE.
(NARRATORE ESTERNO- FOCALIZZAZIONE ESTERNA/ FOCALIZZAZIONE INTERNA VARIABILE) “..la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé” (Prefazione de “L’amante di Gramigna”, di G. Verga, da Vita dei campi , 1880). La focalizzazione interna si manifesta soprattutto nella presenza del “Narratore popolare”: il narratore assume il punto di vista dei vari personaggi della vicenda, di cui riporta pensieri, espressioni tipiche del parlato quotidiano, proverbi ed espressioni gergali (“In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina bona”) , similitudini e metafore tratte dal mondo contadino. Tra gli artifici a disposizione del Narratore popolare, ricordiamo l’uso sistematico del “Discorso diretto libero” ( Il narratore riporta i pensieri o le espressioni tipiche dei personaggi senza introdurli attraverso verbi dichiarativi ( “Egli invece era stato sano e robusto, ed era malpelo, e sua madre non aveva mai pianto per lui perché non aveva mai avuto timore di perderlo”= Rosso Malpelo diceva che egli invece era stato sano e robusto…)
• LA MIMESI LINGUISTICA – REGRESSIONE LINGUISTICA DEL NARRATORE: l’arte del Naturalismo francese, e successivamente del Verismo , cerca di adattare la lingua della narrazione alla realtà popolare rappresentata, mediante la tecnica del “Discorso indiretto libero” e mediante il calco del gergo tipico delle desolate campagne siciliane nella seconda metà dell’Ottocento. La mimesi del linguaggio, ottenuta attraverso l’acquisizione dei tratti stilistici del parlato quotidiano, si realizza nella presenza di squarci dialettali, di espressioni proverbiali in dialetto siciliano. Nei romanzi veristi è evidente la ripresa di strutture sintattiche e di espressioni tipiche del linguaggio parlato, come per esempio l’ uso pleonastico del pronome; l’uso di forme pronominali dialettali (ste belle notizie), la ripetizione enfatica (voleva trargli fuori le budella dalla pancia, voleva trargli).
IL VERISMO tuttavia sin dal suo sorgere presenta differenze sostanziali rispetto al Naturalismo francese.
• La prima sostanziale differenza risiede nel metodo di rappresentazione della realtà. Il metodo d’indagine verista non è più tanto quello fotografico, bensì quello dell’osservazione, dell’introspezione psicologica: il personaggio verista vive di luce propria, e lo scrittore alimenta questa luce attraverso il metodo conoscitivo legato ai particolari della realtà.
• Nel rapporto ESSERE UMANO –NATURA prevale sempre l’essere umano. Quest’ultimo è analizzato costantemente nei suoi rapporti con le strutture sociali, ma l’oggetto vero di indagine letteraria resta pur sempre l’uomo (vedi Realismo romantico), non più inteso come soggetto patologico, bensì come creatura umana, analizzata nono soltanto negli aspetti concreti, ma anche nei risvolti morali e psicologici.
• Nel Naturalismo è la Natura che sovrasta il mondo ed è causa determinante anche dei valori morali dell’uomo (responsabilità morale della natura); nel Verismo, invece, emerge sempre la figura dell’uomo, in cui lo scrittore si perde del tutto.
METODO FOTOGRAFICO INDAGINE PSICOLOGICA
SOGGETTO PATOLOGICO ESSERE UMANO
UOMO – NATURA UOMO - NATURA
L’arte verista resta comunque un’arte impersonale poiché lo scrittore verista non deve dimostrare attraverso il suo personaggio delle particolari verità o tesi, sono i personaggi che intessono essi stessi il racconto e vivono di luce propria : “l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé” (Prefazione “L’amante di Gramigna”)
I PERSONAGGI dell’opera verista non sono consapevoli della realtà in cui essi si trovano ad agire, non ne comprendono in pieno la matrice storica, politica e sociale. Essi sono immersi nella secolare immobilità culturale e sociale della Sicilia borbonica , ancorati saldamente ad un arcaico codice di valori tradizionali che regolava i rapporti interpersonali e sul quale si fondava la sacra etica familiare. I personaggi dei racconti e dei romanzi veristi sono umili contadini, pescatori, minatori, prostitute, carrettieri, briganti, pastori, personaggi emarginati dalla comunità; tutti destinati a soccombere in una società regolata dal principio darwiniano della “lotta per la sopravvivenza”; la maggior parte di essi appaiono rassegnati all’accettazione del loro status e del pregiudizio popolare con atteggiamento disincantato, nella pessimistica consapevolezza dell’inesorabilità delle leggi di natura ( nessuno può sfuggire al proprio destino). All’ottica idealizzata e ottimistica, alla visione provvidenzialistica che aleggia nei Promessi Sposi, si sostituisce una visione profondamente pessimistica e disincantata della realta umana, fatta di sofferenze e prevaricazioni, alla quale nessuno può sfuggire. IL PESSIMISMO DI VERGA (espresso pienamente nei romanzi del ciclo dei vinti : I Malavoglia 1881, Mastro Don Gesualdo 1889) risiede nell’accettazione fatalistica della realtà ostile, che nulla vale a mutare o a consolare.
Se gli umili del Manzoni rappresentavano una realtà inevitabilmente deformata e idealizzata dall’ottica onnisciente del narratore borghese, nutrivano fede in Dio, fonte di speranza in un futuro di giustizia e di riscatto morale; apparivano rassegnati, e allo stesso tempo fiduciosi nell’intervento provvidenzialistico divino, gli umili di Verga accettano fatalmente e con rassegnazione eroica e disincantata il loro destino di miseria e di emarginazione, e qualora tentano di risalire la scala sociale alla ricerca del successo e del benessere, rimangono vittima di una sorte avversa e ostile. Nei personaggi di Verga vi è la rassegnazione fatalistica, aliena da ogni sentimento di conforto che possa scaturire dalla fede in Dio.
TEMI E CONTENUTI DELLE OPERE DEL VERGA
• LA LOTTA “DARWINIANA” PER LA SOPRAVVIVENZA
• IL MITO DEL SUCCESSO ECONOMICO – LA LOGICA ECONOMICA che prevale necessariamente sugli affetti familiari. Il tema della “roba”.
• LA RELIGIONE DELLA FAMIGLIA
Il personaggio verghiano è legato alla terra nel senso della conservazione dei valori della tradizione: egli mostra un tenace attaccamento alla terra d’origine – la Sicilia - nonostante essa appaia teatro di miserie e di immobilismo sociale, modello di rassegnazione ad un destino di esclusione e sconfitta. Tale attaccamento, morboso e conflittuale, si manifesta nella rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti e di soprusi. La “terra” è presente attraverso un ampio bagaglio di simboli e metafore tratte dall’universo contadino. La Sicilia che emerge nei racconti di verga è quella rurale e arretrata della seconda metà dell’ottocento, con il suo immobilismo culturale, con il suo codice di valori arcaici sul quale si fondava l’etica familiare e i rapporti interpersonali. Le novelle e i romanzi veristi sono tutti ambientati in Sicilia, una terra che diviene l’emblema di una irriducibile diversità, il simbolo del fallimento degli ideali nazionali, fino a farsi metafora, con i suoi paradossi , della sconfitta in cui incorre costantemente la ragione umana allorché confida in false illusioni e falsi miti. (Concezione pessimistica del Progresso e dei rapporti umani).
• L’AMORE inteso come puro istinto sessuale che travolge ogni valore morale; l’eros come degradazione a livello ferino. L’assimilazione allo stato bestiale dell’amore è sostenuta da frequenti similitudini, metafore e proverbi che rimandano simbolicamente alla civiltà contadina .
• LA DISTORSIONE DEI VALORI, IL RELATIVISMO DEI VALORI rappresentato mediante l’artificio dello “straniamento”, dove cioè i giudizi della comunità, palesemente distorti o infondati ,vengono presentati come del tutto oggettivi e normali (Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a dormire sui sassi, colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro; anche a digiunare era avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli il pane o la minestra. Ei diceva che la razione di busse non gliela aveva levata mai il padrone; ma le busse non costavano nulla”)
• LUCI ED OMBRE DEL PROGRESSO – MATERIALISMO E PESSIMISMO- MORTE COME UNICO RIMEDIO AL MALE: Verga assume un atteggiamento critico rispetto alla nozione positivista di progresso, cioè l’idea, propria della cultura del tempo, di un graduale miglioramento delle condizioni materiali e spirituali dell’intera umanità. Verga non nega questa questa convinzione, ma sottolinea come le grandi conquiste collettive facciano passare sotto silenzio le miserie e le nefandezze, le ipocrisie e gli egoismi individuali che al progresso si accompagnano: “Nella luce gloriosa che l’accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l’egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l’immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità”Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari che lo producono;” (Prefazione de “I Malavoglia”). Emerge così in modo netto come il materialismo verghiano sia legato ad una concezione fortemente pessimistica della realtà. L’autore riconduce ogni azione umana a desideri e ambizioni di natura egoistica, escludendo così di fatto che gli uomini possano essere mossi da aspirazioni moralmente elevate.
martedì 16 dicembre 2014
AGLI ALUNNI DELLA V E
Ecco per voi un elenco di testi scelti ( per lo più classici). Offriranno una buona opportunità di svago e di arricchimento,e saranno degli ottimi compagni delle vacanze natalizie.
L’OTTOCENTO
A.Cechov, Il duello
C.Boito, Senso e altre novelle
Ch.Bronte, Jane Eyre
Ch.Dickens, Oliver Twist
E. Wallace, L’enigma della candela ritorta; Il mistero delle tre querce
E.A.Poe, Racconti del terrore; Storia di Gordon Pym
E.Bronte, Cime tempestose
E.T.A. Hofmann, Racconti notturni; Gli elisir del diavolo
F.Dostoevskij, L’idiota; I demoni; Racconti; Delitto e castigo, I fratelli Karamazov
F.Tozzi, Tre croci; Con gli occhi chiusi; Giovani e altre novelle
G. de maupassant, Bel - Ami
G. Flaubert, Madame Bovary
G.D’Annunzio, Il Piacere, l’Innocente
G.Deledda, Canne al vento
G.Verga, La lupa ed altre novelle; I Malavoglia; Mastro Don Gesualdo
H. de Balzac, Un tenebroso affare; Eugenie Grandet; Papà Goriot
H.Walpole, Il castello d’Otranto
I.Turgenev, Primo amore; Nido di nobili; Lo spadaccino
J.Austen, Orgoglio e pregiudizio
l.Tolstoj, La sonata a Kreutzer; la morte di Ivan Il’ic; Anna Karenina; Guerra e pace;
M.G.Lewis, Il monaco
M.Shelley, Frankenstein
N.Hawthorne, La lettera scarlatta
O.Wilde, Il ritratto di Dorian Gray; Il delitto di Lord Arthur Savile
R.L.Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekill e del dottor Hyde
Stendal, La certosa di Parma; Il rosso e il nero
IL NOVECENTO E OLTRE
A. Camilleri, Gita a Tindari ; La forma dell’acqua; Un mese con Montalbano
A. De Carlo, Treno di panna
A.Baricco, Novecento
B. Fenoglio, Una questione privata; Primavera di bellezza
C. A. Ciampi, Da Livorno al Quirinale; A un giovane italiano
C. Levi , Cristo si è fermato a Eboli
C.E.Gadda, La cognizione del dolore
D. Buzzati , Il deserto dei Tartari; Un amore
D.Maraini, La lunga vita di Marianna Ucria
E. Morante, L'isola di Arturo
E.Biagi, Disonora il padre
E.m. forster, Camera con vista
E.Vittorini, Conversazione in Sicilia
G. Carofiglio, Testimone inconsapevole; Ad occhi chiusi; Ragionevoli dubbi;
G. Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata
G.Bufalino, Diceria dell’untore
G.Orwell, la fattoria degli animali, 1984
G.Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
Ghassan Kanafani, Ritorno ad Haifa
I. Allende, La casa degli spiriti; Paula
I. Calvino , Il barone rampante; Il cavaliere inesistente; Il visconte dimezzato
I. Calvino , Marcovaldo
I.Montanelli, Il generale della rovere
I.Svevo, La coscienza di Zeno, Senilità; Una vita
J.Fante, Chiedi alla polvere; Un anno terribile
J.Joyce, Gente di Dublino
L.Pirandello, Il fu Mattia Pascal; Uno, nessuno e centomila; La patente e altri racconti
L.Sciascia, A ciascuno il suo; Una storia semplice
L.Sorrenti, L’uomo nero; Immagina i corrvi
M.Tobino, Per le antiche scale
M.Yourcenar, Memorie di Adriano
N.Ginzburg, Caro Michele
P. Levi , Se questo è un uomo
R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone
U.Eco, Il nome della rosa; L’isola del giorno prima; La misteriosa fiamma della regina Loana
V.Cerami, Un borghese piccolo, piccolo
V.Wolfe, Mrs Dalloway
REALISMO E NATURALISMO NELLA CULTURA EUROPEA - LEZIONE DEL 17.12.2014
Dare una definizione di “realismo” non è operazione semplice, a causa della molteplicità di accezioni che questo concetto implica. IN SENSO PROPRIAMENTE LETTERARIO ogni opera narrativa o poetica che dimostri la volontà dell’autore di descrivere e rappresentare elementi propri della vita reale ha in sé caratteri di realismo. In questa direzione si è mossa la ricerca del filologo e critico letterario tedesco Erich Auerbach (1892 –1957), che in una sua celebre raccolta di saggi dal titolo Mimesis – Il realismo nella letteratura occidentale ha individuato i segni di un atteggiamento “realista” in opere di genere ed epoche assai differenti. Se è vero che tali segni nella letteratura sono sempre stati presenti, prendiamo come caso emblematico il realismo dantesco nella Commedia, è però altrettanto vero che soltanto a partire dalla prima metà dell’Ottocento si è affermata in Europa una corrente narrativa coerentemente realista, impegnata in una sorta di analisi- rispecchiamento del panorama sociale. Nel corso del XIX sec., l’esigenza di realismo, favorita da particolari condizioni politiche e culturali (i sommovimenti suscitati in Europa dalla rivoluzione francese e, sul piano culturale, dalla rivoluzione romantica), si lega soprattutto alla diffusione del ROMANZO, come genere letterario di più largo consumo, che intende proporsi quale affresco della realtà contemporanea. NEL CORSO DELL’OTTOCENTO IL ROMANZO SI RIVELA COME LA FORMA PIÙ ADATTA A COGLIERE LA REALTÀ UMANA E SOCIALE IN TUTTA LA SUA PIENEZZA E VARIETÀ; IL ROMANZO, PIÙ DI OGNI ALTRO GENERE LETTERARIO, SI PRESTA A RAFFIGURARE LA MULTIFORMITÀ DEL REALE.
Nei decenni a cavallo tra Settecento e Ottocento il sovvertimento di monarchie secolari, lo sconvolgimento di un ordinamento sociale rimasto sostanzialmente immutato dal Medioevo, il mutamento repentino delle condizioni di vita di intere masse di individui impongono di riconsiderare la condizione dell’uomo alla luce di parametri culturali nuovi e più ampi. Mentre l’illuminismo aveva nutrito la convinzione che la natura e la ragione umana non fossero soggette a un perenne divenire, nel corso dell’Ottocento si fa invece strada l’idea che L’UOMO SIA IL PRODOTTO DELLA STORIA COLLETTIVA e che anche nel presente egli sia sottoposto a modificazioni continue. Sul piano letterario questa CONCEZIONE STORICISTICA ha un’importanza straordinaria. Infatti ogni personaggio non può più essere definito attraverso statiche caratterizzazioni morali o psicologiche, ma va presentato come entità che subisce i condizionamenti di una sfera sociale e un’epoca precise. La sua personalità e l’idea che egli ha di sé devono trovare giustificazione nel contesto in cui egli è costretto ad agire, e l’ambiente storico sociale che lo circonda va quindi descritto in modo ampio e ben documentato. La capacità di comprendere e di ricostruire la “realtà, in una parola il “realismo” diviene quindi un fattore indispensabile per l’elaborazione di un testo narrativo. Questa nuova forma di impostare e sviluppare il racconto, trova nel romanzo il suo esito più congeniale.
N In Francia l’esigenza di realismo in letteratura si afferma più palesemente dopo la caduta di Napoleone, e raggiunge livelli assai elevati in scrittori quali Stendhal (pseudonimo di Henry Beyle, 1783-1842), Honoré de Balzac ( 1779-1850), Gustave Flaubert (1821-1880); sulle opere di questi grandi maestri del Realismo, si innesta la tradizione del romanzo naturalista che raggiunge la sua piena maturazione in scrittori come i fratelli Edmond (1822-1896 ) e Jules Goncourt ( 1839-1870), Emile Zola (1840-1902), Guy de Maupassant (1850-1893), ritenuti i più significativi maestri del movimento letterario noto come NATURALISMO.
Il Naturalismo, sviluppatosi in Francia nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, rappresenta l’espressione letteraria della cultura del POSITIVISMO, che svolge un ruolo di primo piano nell’Europa della seconda metà del secolo.
Il Positivismo ha le sue origini nella Francia dell’età di Luigi Filippo (1830-1848), diviene nella seconda metà del secolo la filosofia egemone in Europa: sostiene la necessità di ricercare leggi oggettive in tutti i campi del sapere, utilizzando i metodi delle scienze positive, fondate su dati reali, tangibili, empiricamente osservabili, e su verifiche certe. Il Positivismo fu innanzitutto un indirizzo filosofico che giudicava la conoscenza scientifica e il metodo di ricerca analitico-sperimentale come i soli strumenti validi per giungere ad una esaustiva interpretazione della realtà. Presto il Positivismo viene esteso ad ogni ambito disciplinare, dall’arte all’economia, alla politica, comprese le scienze umane, e finisce per influenzare direttamente anche la letteratura e la critica letteraria. Sorgono e si sviluppano nuovi campi disciplinari, come la sociologia, l‘etnografia e l’etnologia, poiché anche la società viene analizzata e descritta secondo il metodo sperimentale.
Teorici del Positivismo furono il filosofo e sociologo francese Auguste Comte (1798 –1857; discepolo di Henri de Saint-Simon, è generalmente considerato l'iniziatore del Positivismo: « L'Amour pour principe et l'Ordre pour base; le Progrès pour but »: “L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento; il Progresso per fine » Auguste Comte, Sistema di politica positiva) e il filosofo inglese Herbert Spencer (1820-1903). Quest’ultimo fu primo a tracciare i lineamenti di una “scienza della società”, ossia della moderna sociologia. Grazie alla scoperte scientifiche e mediche, cambia anche la visione del mondo: l’essere umano appare sempre più come una macchina “conoscibile” e “indagabile”, non soltanto nei suoi aspetti clinici, ma anche in quelli psicologici. In pieno clima positivista si colloca la teoria evoluzionistica del naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882), che nel 1859 pubblica un’opera dal titolo “L’origine della specie” (1859); in questo saggio Darwin formulò, sulla base di lunghe osservazioni scientifiche condotte sul mondo animale, una compiuta teoria dell’evoluzione degli esseri viventi, basata sul principio della selezione naturale e della lotta per la sopravvivenza. Sebbene il principio della selezione naturale poteva prestarsi, come di fatto accadde, ad una interpretazione pessimistica delle dinamiche sociali (nei rapporti tra gli individui e fra le classi) determinate e regolate dalla legge del più forte, le teorie darwiniane apparvero, allora, come la garanzia ottimistica di un progresso indefinito della specie umana. Ben presto le teorie di Darwin vengono applicate da Herbert Spencer alla società umana. Secondo Spencer anche la società è oggetto di un processo evolutivo che ne determina le trasformazioni interne(riguardanti la struttura gerarchica, l’economia, il lavoro) e che implica una lotta per la sopravvivenza e una necessaria selezione di cui sono vittima gli individui più deboli, ovvero quelli appartenenti agli starti sociali più bassi.
Il primo ad estendere le concezioni del Positivismo e dell’evoluzionismo darwiniano alla letteratura è il critico inglese Taine (1828-1893), che è anche il primo a utilizzare in un suo libro su Balzac del 1858 l’aggettivo “naturalista”. Nella prefazione alla sua Storia della letteratura inglese (1863), Taine attribuisce alla letteratura il compito di indagare scientificamente la realtà sociale, mediante l’esame dei tre fattori che, a suo giudizio, determinano il comportamento e la psicologia umana: il fattore ereditario, l’ambiente sociale, il momento storico. Il destino dell’uomo viene ad essere il risultato dell’interazione tra questi tre fattori: “il vizio e la virtù- osservava Taine – non sono che dei prodotti, come lo zucchero e il vetriolo”.
L’opera letteraria, in particolare il romanzo, diviene così un documento scientifico: un’indagine condotta con metodo distaccato e rigoroso sulla società umana. Lo scrittore naturalista deve riprodurre la realtà in modo oggetivo, senza alcun compiacimento estetico, evidenziando le componenti storiche, ambientali, sociali che, secondo la lezione del Taine, determinano le azioni umane.
SUL PIANO STORICO-POLITICO, il Positivismo fu, nella seconda meta dell’Ottocento, l’ideologia tipica della Borghesia in ascesa. Esso fu assunto come base culturale del progressismo democratico e concorse - in parte- alla formazione della ideologia socialista. In Italia furono positivisti grandi studiosi di scienze sociali, come Cesare Lombroso (1835-1909), ma anche molti filologi e storici, come Pasquale Villari ( 1826-1917). Nelle sue diverse espressioni, il P. contribuì potentemente ad alimentare la fiducia nel progresso dell’umanità e a sostenere la convinzione di poter controllare, grazie alla scienza, il corso della natura e degli stessi processi sociali. Questo diffuso ottimismo poggiava, particolarmente, su due fenomeni storico sociali: lo sviluppo economico successivo agli anni 1946-47, e le recenti conquiste della scienza.
INDUSTRIA E SCIENZA - In tutta l’Europa più progredita l’industria promuove la ricerca scientifica e, nello stesso tempo, le scoperte scientifiche e le loro applicazioni in ambito tecnologico fanno avanzare le industrie.
I risultati più consistenti si ebbero proprio nel settore della produzione industriale che , fra il 1850 e il 1873, fece registrare un incremento rilevante che avvantaggiò, in particolare, le nuove potenze industriali: la Francia del Secondo Impero e la Germania, consentendo loro di ridurre il divario che le separava dalla Gran Bretagna. Lo sviluppo industriale si fondò essenzialmente sull’espansione dei settori siderurgico e meccanico. Per i Paesi di più recente industrializzazione furono questi settori a svolgere il ruolo trainante che in Inghilterra era stato proprio dell’industria tessile. Si trattò di uno sviluppo imponente sia dal punto di vista quantitativo (l’industria siderurgica tedesca crebbe per tutto il ventennio 1850-70 ad un tasso medio annuo del 10°/.), sia dal punto di vista qualitativo, reso possibile da alcuni fattori particolari.
Tra questi non possiamo non far riferimento in primo luogo alla diffusione di macchine tecnologicamente avanzate: la macchina a vapore che si sostituì definitivamente alla ruota idraulica, i filatoi e i telai meccanici che soppiantarono gradualmente quelli manuali, il combustibile minerale (carbon coke) che si sostituì sempre più a quello di legna; non meno importante la maggiore disponibilità di materie prime (minerali ferrosi e soprattutto il carbon coke) conseguente alla scoperta e allo sfruttamento di nuovi giacimenti minerari nell’Europa continentale ( Pas de Calais in Francia, il bacino della Ruhr in Germania); la rimozione di antichi vincoli giuridici che ostacolavano le attività economiche (ordinamenti corporativi, leggi che proibivano il prestito ad interesse, condanne per debiti o per fallimenti; si diffuse sempre più l’uso della carta moneta e degli assegni); il trionfo del libero scambio, con lo smantellamento delle numerose barriere che si frapponevano alla libera circolazione delle merci: imposte sul traffico delle vie d’acqua, dazi interni e soprattutto di entrata e di uscita ai confini fra gli Stati. Una fitta rete di trattati commerciali finalizzati ad una congrua riduzione delle tariffe doganali, fu stretta tra le principali potenze europee, Russia compresa. Il libero scambio favorì in primo luogo la Gran Bretagna che, grazie alla sua collaudata struttura industriale, poteva offrire i suoi prodotti a prezzi competitivi; ma finì col giovare anche agli altri Paesi europei, poiché provocando la scomparsa delle imprese meno attrezzate per sostenere la concorrenza, favorì, in generale, la modernizzazione dell’apparato produttivo.
I costi crescenti degli impianti industriali e l’accresciuta concorrenza diedero un forte impulso alla tendenza verso l’aumento delle dimensioni delle imprese e verso le concentrazioni aziendali. Si moltiplicarono, così, le Società per azioni, che consentivano agli imprenditori di ridurre il rischio negli investimenti e di sopperire al bisogno di capitale . L’eccesso di fiducia nelle capacità espansive del mercato fu al’origine di due crisi scoppiate nel 1857-58 e nel 1866-67, che interruppero momentaneamente il corso positivo dell’economia mondiale.
Alcune importanti invenzioni modificano la percezione dello spazio e del tempo. Tra queste, la rivoluzione dei trasporti e dei mezzi di comunicazione. Grazie all’espansione della ferrovia, il treno, realizzato agli inizi dell’Ottocento, accelera e intensifica gli spostamenti, diventando un simbolo di progresso: all’inizio del 1850 esistevano in tutto il mondo circa 40.000 ferrovie; dieci anni dopo, l’estensione della rete ferroviaria era quasi triplicata, con 110.000 Km, di cui più della metà nel Nord America; nel 1854 fu inaugurata la prima linea transalpina, la Vienna-Trieste. Rilevanti progressi si registrarono anche nell’ambito della navigazione a vapore ; infine, l’invenzione del telegrafo (1844) e, successivamente, quella del telefono (1871) consentono di comunicare in tempo reale da luoghi tra loro remoti. La scienza diventa un mito: si pensa che un destino di inarrestabile progresso attenda l’umanità.
Questi nuovi fermenti si traducono, in AMBITO LETTERARIO, nel movimento noto come NATURALISMO, che cercò di applicare in letteratura le vie “scientifiche” affermate dal Positivismo e dal darwinismo.
In Italia il Naturalismo inizia diffondersi a partire dalla metà del 1870, grazie ad una serie di articoli del critico Felice Cameroni (1844-1913) e dello scrittore Luigi Capuana (1839-1915) che nel 1877 recensisce il romanzo di Emile Zola (1840-1902), L’ammazzatoio e due anni dopo dedica allo scrittore francese il suo romanzo Giacinta. Proprio in questi anni (dopo il 1870) Luigi Capuana dà vita a Milano, insieme a Giovanni Verga (1804-1922) al movimento verista, che si prefigge di riproporre in Italia la poetica naturalista.
lunedì 8 dicembre 2014
LA LETTERATURA DELL'UNITA' : LE COORDINATE STORICHE
1. L’UNITA' IMPERFETTA
Il conseguimento dell’unità nazionale, sancito il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia, costituiva certamente il coronamento di un programma risorgimentale gestito per gran parte dalla borghesia moderata dei vari Stati italiani, e tuttavia aggiungeva nuovi problemi a quelli, già di per sé assai gravi, rimasti aperti. L’alta borghesia settentrionale, presto alleatasi con un’ aristocrazia a sua volta imborghesita e rapidamente convertita alla linea unitaria e costituzionale, era l’unica forza italiana ad avere espresso un programma di sviluppo politico e sociale complessivo e coerente, e ciò le valse la leadership incontrastata all'interno del movimento moderato, cui si contrapponeva un movimento democratico diviso e spesso contraddittorio tanto negli obiettivi proposti quanto nei progetti per la loro realizzazione. Il programma dei moderati, ispirato ai principi del liberalismo di primo Ottocento, prevedeva un armonico sviluppo industriale delle singole regioni italiane, favorito da un ampia autonomia amministrativa e basato sulla libertà d’impresa. Tale progetto si scontrava con le condizioni di estrema arretratezza dell’Italia meridionale e con la fragilità dell’egemonia politica appena realizzata, insidiata dall'aperta ostilità della Chiesa e dal dissenso di una piccola borghesia che non vedeva corrispondere al proprio accresciuto peso sociale un analogo incremento della partecipazione alle sorti politiche del nuovo Stato. Fu così giocoforza, per la borghesia imprenditoriale del Nord, stringere un’alleanza con la borghesia agraria e latifondista del Meridione, che garantì il proprio sostegno al programma unitario a patto che non venisse intaccato il proprio dominio sulle plebi contadine: a patto cioè che i contadini del Sud rimanessero nelle condizioni di miseria, analfabetismo e ghettizzazione che risultavano le più idonee per il loro sistematico sfruttamento. Ciò determinò un grave scompenso nella crescita complessiva del paese, che influì molto negativamente sulla modernizzazione dell’agricoltura e sullo sviluppo sociale del Mezzogiorno, con effetti che si avvertono ancora oggi. Anche il piano di decentramento amministrativo e di autonomie regionali, che avrebbe potuto incentivare le risorse locali, rimase lettera morta di fronte alla necessità per il partito moderato di compensare la sua esigua base sociale con un ferreo controllo centrale delle risorse e degli investimenti: ciò conferiva necessariamente al Piemonte e alla capitale Torino un ruolo di assoluto privilegio nella nuova compagine statale, rendendo il processo unitario più simile a un’ operazione di tipo coloniale da parte dell’ex Regno di Sardegna, che non al solidale convergere di iniziative locali verso obiettivi da tutti voluti e interpretati allo stesso modo. Non ultimo per importanza, fra i problemi che il nuovo Stato si trovò ad affrontare, era il completamento dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e di Roma. Punto irrinunciabile della propaganda democratica, che vi coglieva l’ultima occasione per rilanciare il movimento insurrezionale, la questione influenzò profondamente la politica interna ed estera del Regno d’Italia nel suo primo decennio di vita, rivelò la scarsa autonomia dei Savoia rispetto alle potenze europee e soprattutto mise in luce la vocazione repressiva dei governi post-unitari, assai preoccupati dalle eventuali rivendicazioni popolari che la liberazione di Venezia o Roma per via di insurrezione democratica avrebbe potuto stimolare. Le difficoltà dell’Italia unitaria, insomma, appaiono legate- né poteva essere altrimenti - al modo in cui il Risorgimento si era realizzato e all'impronta sostanzialmente moderata e conservatrice che esso aveva storicamente ricevuto: il ferimento di Garibaldi all'Aspromonte da parte dell’esercito regio può costituire l’episodio emblematico della definitiva abdicazione dell’iniziativa popolare e democratica a favore della ragion di stato e del contesto politico internazionale.
2. LA DINAMICA POLITICA E SOCIALE
I primi governi della Destra storica, che deteneva una larga maggioranza in un parlamento eletto in poco più di quattrocentomila elettori selezionati in base al censo, si trovarono divisi tra le sempre più pressanti richieste dei democratici che pretendevano la liberazione del Veneto dal dominio austriaco e di Roma da quello pontificio, e le esigenze del concerto internazionale, soprattutto di Napoleone III, rivolte ad una conservazione dello status quo e alla protezione anche militare, da parte francese, della sovranità temporale del papa.
L’ambiguità del governo italiano apparve chiara fin dal 1862, quando Giuseppe Garibaldi organizzò un corpo di volontari che risalendo dalla Sicilia attraverso l’Italia meridionale sarebbe dovuto giungere fino a Roma. L’atteggiamento di Vittorio Emanuele II e del presidente del consiglio Urbano Rattazzi, che all'inizio poteva essere interpretato come un tacito incoraggiamento all'impresa, mutò radicalmente in seguito alla reazione di Napoleone III e al pericolo che il passaggio dei garibaldini provocasse un insurrezione democratica nelle popolazioni meridionali: un corpo di spedizione dell’esercito regio fu inviato in tutta fretta ad intercettare i volontari in Aspromonte, e nel breve scontro a fuoco che ne seguì lo stesso Garibaldi fu ferito ad un piede. L’impressione sull'opinione pubblica fu enorme, e costrinse Rattazzi alle dimissioni; ma non determinò cambiamenti nella politica italiana, sempre più orientata ad affidare al mutevole gioco degli equilibri internazionali la soluzione della questione.
Nel quadro europeo l’elemento dinamico a partire dal 1862 era costituito dalla Prussia di Birsmarck, votata ad un consolidamento del dominio prussiano sulla Confederazione germanica anche attraverso consistenti espansioni territoriali; e in questa fase il ruolo della Prussia si rilevò determinante. L’Austria e la Francia era i due maggiori rivali dell’espansionismo prussiano; gli stessi paesi costituivano un insormontabile ostacolo per il compimento dell’unità nazionale italiana: il Veneto faceva parte dell’Impero Asburgico, mentre lo stato Pontificio era sotto la protezione di Napoleone III, che nel 1864 aveva imposto a Vittorio Emanuele II lo spostamento della capitale da Torino a Firenze, come segno della definitiva rinuncia a Roma dello stato Italiano.
Garantitosi un secondo fronte grazie ad un alleanza offensiva con l’Italia nel 1866 Birsmarck attaccò e sconfisse in breve tempo l’Austria, nonostante le conquiste subite dall'esercito italiano a Lissa e a Custoza (terza guerra di indipendenza); in seguito alla pace di Praga il Veneto fu definitivamente annesso all'Italia. Quattro anni più tardi nel 1870, i colpi d’ariete dell’esercito prussiano sgretolavano a Sedan la potenza militare e determinavano la caduta del Secondo impero, lasciando all'Italia campo libero per la liberazione di Roma che avvenne quasi senza colpo ferire il 20 Settembre dello stesso anno.
Si risollevavano così le più due gravi questioni territoriali rimaste aperte per lo stato unitario. In ambedue i casi la soluzione non fu determinata da un iniziativa autonoma ne tantomeno popolare, bensì solo dal favorevole decorso dei conflitti fra le potenze europee. Si perse in questo modo l’occasione di cementare sotto una bandiera ideale la precaria compagine sociale e morale della nuova Italia.
Represso fra il 1861 e il 1865 il brigantaggio meridionale, che era la spia più evidente del disagio e dell’arretratezza di quelle popolazioni, i vari governi della destra si dedicarono a un difficile risanamento del bilancio statale perseguito attraverso una fortissima repressione fiscale che colpiva soprattutto l’agricoltura impoverendo ulteriormente le già miserrime plebi contadine. Anche il patto sociale stabilito fra moderati settentrionali e latifondisti meridionali fece si che la riforma agraria ben avviata al nord con positive conseguenze sullo sviluppo dell’agricoltura rimanesse al sud quasi del tutto inefficace lasciando intatti anzi incrementando tanto il latifondo quanto il regime di odioso sfruttamento bracciantile. Lo stesso fenomeno migratorio fu ostacolato con leggi restrittive allo scopo di non diminuire l’offerta di braccia e mantenere quindi bassissimo il prezzo della manodopera, e solo intorno al 1890 si provvide a liberalizzare l’emigrazione.
Neanche la cosiddetta “rivoluzione parlamentare” del 1876 che portò al potere la sinistra di Agostino De Pretis valse a mutare gli indirizzi generali della politica italiana. La riforma elettorale del 1882 cominciò a escludere dal voto gli analfabeti e i nullatenenti privando di fatto dei diritti politici la stragrande maggioranza meridionale; anche l’obbligatorietà di un biennio di istruzione elementare introdotta dalla legge Coppino del 1877 rimase largamente inoperante soprattutto al sud: la cosiddetta “questione meridionale” si aggravò così sempre di più divenendo il principale ostacolo sulla via di uno sviluppo industriale e tecnologico del paese.
D’altra parte la classe imprenditoriale italiana aveva assoluto bisogno di un sostegno statale per una politica di industrializzazione diffusa; i costi delle iniziative che il governo italiano prese in tal senso si riversarono inevitabilmente sull'agricoltura attraverso il progressivo aumento della pressione fiscale e l’abbandono a se stesso del latifondo meridionale, che risultava coltivato sempre peggio e con una sempre più ingiusta ripartizione dei guadagni che ne derivano.
Il decennio 1880-1890 fu così segnato da uno sviluppo industriale piuttosto modesto i cui costi si scaricarono su un tessuto sociale gravemente compromesso, con la spaccatura tra nord e sud molto approfondita e con dei diffusi fermenti di protesta non solo contadina che nel decennio successivo avrebbero avuto drammatici sviluppi.
3. I MOVIMENTI IDEOLOGICI
Dal punto di vista delle ideologie, il dato più rilevante del trentennio compreso fra il 1860 e il 1890 è la nascita e il consolidamento del movimento comunista internazionale, in stretta dipendenza dal marxismo e dai suoi sviluppi teorici. Al rapidissimo sviluppo del capitalismo, che nei maggiori paesi europei entra già a partire dal 1870 nella sua fase monopolistica - fatta di grandi concentrazioni industriali libere da problemi di concorrenza, e quindi padrone incontrastate tanto del mercato quanto dei rapporti di lavoro con la classe operaia -, corrispose un'organizzazione altrettanto rapida dei lavoratori, le cui associazioni spontanee trovarono nelle dottrine di Karl Marx (1818-1883) e nella prassi politica comunista il connettivo più efficacie e duraturo. Nel 1864 nasceva così la prima Associazione Internazionale degli Operai, meglio nota come <>, nella quale lo stesso Marx, che tre anni dopo avrebbe pubblicato il volume del Capitale, svolse un ruolo organizzativo di grande rilievo.
L'ideologia comunista, ancorata alla prospettive del <> di Marx, conteneva in sé una carica palingenetica che andava ben al di là dell'obiettivo di migliorare le condizioni di vita degli operai o trasformare a favore del proletariato la dinamica dei rapporti di produzione: la <>, coronamento di un'attività rivoluzionaria che doveva basarsi sulla <> per poi superarla, si configurava in fondo come l'utopia di un Mondo totalmente nuovo, fondato su principi di uguaglianza e giustizia sociale ben più profondi ed efficaci di quelli che governano il presente. Fu proprio tale apertura utopistica a determinare l'adesione alla causa marxista di un gran numero di intellettuali che vi ravvisarono un potente strumento di opposizione alla società borghese.
Del resto vari fermenti di socialismo utopistico circolavano in Europa da prima del 1848, anno di pubblicazione del Manifesto del Partito comunista; e anche se l'adesione alla prassi rivoluzionaria risultava spesso variamente sfumata in senso riformistico, non c'è dubbio che quelle forze preesistenti contribuirono non poco alla diffusione capillare del marxismo tanto fra le masse operaie quanto nei ceti intellettuali.
I punti-cardine della strategia comunista erano l'abbattimento violento del sistema capitalistico, l'abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Anche le strutture dello Stato borghese andavano abbattute e sostituite da uno Stato che fosse emanazione diretta della <>, necessaria fase intermedia verso quella società senza classi e senza Stato che costituiva l'obiettivo finale del processo storico.
Il marxismo si qualificava in tal senso come la risposta più compatta e radicale del movimento operaio allo sviluppo del capitalismo; ma il problema del riscatto sociale delle classi più povere trova in questo periodo anche le altre soluzioni.
Più moderata era ad esempio la posizione del francese Pierre Joseph Proudhon (1809-1865), decisamente contrario a ogni forma di collettivizzazione dei mezzi di produzione e sostenitore di libere associazioni di lavoratori capaci di produrre in totale autonomia ripartendo in modo egualitario i profitti del loro lavoro: un'organizzazione del genere avrebbe portato, secondo Proudhon, alla naturale scomparsa dello Stato in quanto garante del dominio della classe egemone. A differenza di Marx, inoltre, Proudhon non riteneva la classe operaia l'unico propulsore del movimento rivoluzionario e anzi guardava alla società contadina come al terreno ideale per l'applicazione di un modello cooperativistico che poteva prefigurare l'associazionismo globale da lui auspicato.
Soprattutto ai contadini guardava anche l'anarchismo di Michail Bakunin (1814-1876), insofferente di qualsiasi forma di autorità e di organizzazione sociale e propugnatore di una società di stampo proudhoniano fondata sul libero sviluppo di gruppi associati o individui. Per gli anarchici tale società doveva essere perseguita attraverso una tattica insurrezionale affidata all'azione diretta dai singoli, che poteva esprimersi anche attraverso gesti dimostrativi come l'assassinio di regnanti e governanti o l'attentato terroristico rivolto a seminare il panico e a destabilizzare gli equilibri statuali.
Dall'altra parte della barricata le ideologie ispirate allo sviluppo del capitalismo, come il liberalismo di primo Ottocento, subivano dopo il 1860 una sensibile battuta d'arresto nella ricerca teorica e speculativa, anche perché impreparate di fronte alla repentina trasformazione in senso monopolistico e finanziario del capitale d'impresa, con conseguenze che sembravano contraddire, almeno sul piano economico, i fondamenti stessi delle teorie liberali. Ne derivò una certa debolezza che lasciò campo libero alla forze avversarie, le quali a partire dal 1875 presero a organizzarsi in partiti socialisti nazionali, di impronta ora riformista ora rivoluzionaria: essi confluiranno nel 1889 nella Seconda Internazionale, ben più ampia e potente della Prima (che si era sciolta nel 1876), anche se più permeata da cosiddetto “revisionismo” di primo Novecento. se il quadro ideologico europeo di secondo ottocento appare polarizzato sul problema della lotta di classe e dello scontro sempre più aspro fra proprietari e manodopera,
in ITALIA la situazione si presenta sensibilmente diversa. Abbiamo già visto infatti come lo sviluppo capitalistico fosse nel nostro Paese molto più arretrato e difficoltoso che nel resto dell’Europa occidentale. Tale condizione rendeva più problematico il sorgere di una coscienza operaia e quindi più lenta e tortuosa la diffusione delle idee socialiste. Del resto Giuseppe Mazzini, che continuava a costituire il punto di riferimento per lo schieramento repubblicano e progressista italiano, era un fermo oppositore del marxismo e del socialismo (netta per esempio era stata la sua condanna dell’esperienza della Comune di Parigi); e la forte penetrazione degli ideali repubblicani presso gli strati urbani più poveri agì da diga nei confronti delle indicazione della Prima Internazionale. Solo nel 1882 si formò in Italia, sotto la direzione di Andrea Costa (1851-1910), un piccolo partito operaio indipendente di ispirazione socialista, che dieci anni più tardi (1892) Filippo Turati (1857-1932) avrebbe trasformato nel Partito socialista italiano.
Ben più rilevante, per il periodo in esame, fu la diffusione dell’anarchismo bakuniniano, che trovava terreno fertile tanto nella popolazione contadina, quanto in alcuni settori della classe operaia e del sempre crescente sottoproletariato urbano. Nelle parole d’ordine dell’anarchia, con il loro ribellismo spesso generico e con l’esaltazione dell’atto individuale svincolato da qualsiasi strategia complessiva, poteva però riconoscersi anche l’insofferenza antiborghese di numerosi intellettuali soprattutto settentrionali, nutriti di idealismo di matrice romantica e pronti a trasferire nei comportamenti e nei costumi la carica trasgressiva nei confronti del valori riconosciuti. Pur se privi di un programma politico in positivo, tali intellettuali –per gran parte artisti e scrittori come ad esempio gli scapigliati- contribuirono comunque, anche attraverso lo “scandalo” destato presso i benpensanti, a rendere problematica la cultura espressa dalla classe al potere, innervandola di dubbi e contestazione, e inaugurando un’arte “di opposizione” che si può considerare per molti versi all’origine della prassi novecentesca delle avanguardie storiche.
Un discorso a parte va fatto, almeno in Italia, per le ideologie di matrice cattolica. Il “non expedit” con cui Pio IX, nel 1874, vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica di uno Stato resosi “colpevole” della breccia di Porta Pia determinò di fatto un isolamento del mondo cattolico dai più impellenti problemi di gestione economica e organizzazione sociale che si ponevano all’Italia unita; e quindi lo tagliò fuori, almeno per i primi tempi, dal dibattito spesso violento sulle condizioni dei lavoratori, sulla natura del capitalismo, sul socialismo. Dall’ambito cattolico erano pur partite indicazioni riguardanti la questione sociale: grande rilievo avevano avuto, per esempio, le posizione del vescovo di Magonza Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), che risalivano ai primi anni Sessanta e condannavano sia il capitalismo sia il socialismo, propugnando un’economia basata sulla morale cattolica e su un forte assistenzialismo da parte dello Stato e della Chiesa. Da tali principi si sviluppò un movimento cristiano-sociale che soprattutto in Austria, Francia e Belgio agì in concorrenza e in polemica con le organizzazioni socialiste, pur avanzando talvolta richieste di riforme sostanzialmente identiche.
Circoli e associazioni cristiano-sociali si formarono dopo il 1870 anche in Italia e si caratterizzarono per un’intensa propaganda antisocialista che agiva su operai e contadini attraverso forme associative e organizzative legate alle diocesi o alle parrocchie. Ma la vicinanza al soglio pontificio e le particolari condizioni politiche indotte dal “non expedit” non solo conferirono una particolare virulenza alla predicazione antisocialista, ma spesso arrivarono a coinvolgere, sotto la comune accusa di <>, anche le strutture dello Stato italiano (del resto figlie di quel liberalismo economico che la dottrina cristiano-sociale condannava). Solo nel 1891, l’enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII potè mettere un po’ d’ordine nel movimento cattolico, attenuando le punte antistatali ed eversive e promuovendo una più mirata attività dei cattolici presso le masse lavoratrici, che a poco a poco spostò di fatto la Chiesa su posizioni meno conservatrici e più aperte ai problemi sociali.
4. INTELLETTUALI E ISTITUZIONI CULTURALI
Abbiamo visto nell'introduzione alla sezione precedente come nella prima metà dell'Ottocento fosse emersa una nuova figura di intellettuale,vincolato dalle corti e dalle gerarchie ecclesiastiche e sostenuto da un'industria elettorale che cominciava a giovarsi sempre più dell'allargamento del pubblico e della crescente alfabetizzazione. Tale fenomeno era però limitato quasi esclusivamente al Lombardo-Veneto e al Piemonte,la cui qualità di Stati autonomi,dotati di una classe imprenditoriale particolarmente vivaci e di un'amministrazione complessivamente assai accorta favoriva di fatto nuovi sbocchi sociali del ceto intellettuale.
Una volta unificata l'Italia,le proporzioni del fenomeno,riportate su scala nazionale, mutarono bruscamente:il modello settentrionale non poteva infatti essere esteso a un paese in cui nel 1861 il 78% della popolazione era analfabeta,con punte del 95% nel Meridione. Il ceto intellettuale dell'Italia unitaria si trovò perciò ad agire su" uno strato sociale estremamente ristretto che non poteva a sua volta non condizionarlo,sia nel senso di realizzare un ricambio pressoché obbligato al proprio interno, sia nel senso di un oggettiva difficoltà a uscire dagli orizzonte ideali e politici che caratterizzavano la classe dominante" (A. ASOR ROSA ).
Gli sforzi dello Stato unitario nel campo culturale ci concentrarono soprattutto sulla riorganizzazione della scuola,che presentava caratteristiche assai diverse nelle varie regioni e che aveva innanzi tutto bisogno di un profondo ricambio di docenti,con l'ingresso di intellettuali omogenei alle idee unitarie e liberali da cui nasceva il Regno D'Italia.Sia pure con molte disuguaglianze fra Nord e Sud e con numerose contraddizioni interne,il lavoro organizzativo diede buoni frutti,elevando complessivamente il livello culturale medio della popolazione italiana e consentendo a partire dal decennio Ottanta una forte ripresa dell'attività editoriale e giornalistica,che fino a quel momento aveva dovuto segnare il passo.
Le ripercussioni negative della situazione in generale all'indomani dell'unità d'Italia si fecero sentire soprattutto su artisti e letterati:mentre infatti gli intellettuali con competenze tecniche-scientifiche o economiche potevano provare senza troppe difficoltà un ruolo nel lavoro necessario per la costruzione del nuovo Stato,i depositari della creatività artistica si trovarono invece a fronteggiare una grave crisi di committenza. L'austera politica economica della Destra destinava poco o nulla alle attività culturale e i nuovi ricchi borghesi si dimostravano molto più insensibili degli aristocratici alla protezione delle arti liberali. Dall'altra parte l'editoria tutta accentrata fra Lombardia e Piemonte vide aumentare a dismisura i propri costi di gestione per l'improvviso allargarsi della sua base territoriale senza che ciò corrispondesse un apprezzabile incremento del mercato,visto la pressoché totale assenza di pubblico alfabetizzato in quasi tutte le regioni appena entrate a far parte del regno d'Italia.
In conseguenza di ciò i letterati italiani,la cui provenienza di classe era ormai in maggioranza medio-piccolo borghese, e quindi tale da non consentire cospicui appoggi finanziari di origine familiare,si trovarono spesso in condizioni economiche assai difficili:se la " bohème" fu per alcuni una scelta di vita,per altri costituì una vera e propria necessità. Si verificò,in altri termini,una parziale "proletarizzazione" del letterato,con conseguenze talvolta non trascurabili sulla natura stessa e sulla destinazione dell'attività creativa.
La situazione cominciò a mutare in meglio intorno al 1880, grazie all'enorme favore incontrato nel pubblico dei cosiddetti "romanzi di appendice",che venivano pubblicati a puntate da quotidiani e periodici, e al rilancio dell'attività editoriale che trovò in Firenze e Roma i nuovi centri di diffusione e di iniziativa:basti pensare al caso di Giovanni Verga,che riuscì a vivere sempre del suo escluso lavoro di scrittore, e che realizzò lauti guadagni grazie ai diritti di autore di una sua novella, Cavalleria Rusticana, divenuto nel 1890 un melodramma di grande successo per la musica di Pietro Mascagni.
In ogni caso la condizione di intellettuali e istituzioni culturali nel primo trentennio dell'unità d'Italia si presentava alquanto difficile,in relazione alle condizioni di grave arretratezza del paese alle fortissime differenziazioni locali e alla scarsissima base sociale su cui la cultura poteva contare.
LE COORDINATE GEOGRAFICHE
1.La geografia letteraria
La cultura letteraria dell’ Italia unita non poteva non risultare somma delle singole culture espresse dagli Stati precedentemente divisi. é comunque indubbio che grazie alle maggiori possibilità di comunicazione e di circolazione delle idee conseguenti alla caduta dei confini interni,nel periodo 1860-1890 si verificò un sostanziale mutamento negli equilibri geografici della produzione letteraria. Praticamente assente dalla ribalta della letteratura internazionale per tutto il Settecento e per la prima metà dell’Ottocento,il Sud fa ora improvvisamente sentire la sua voce: il VERISMO,che è senza dubbio il più importante fenomeno narrativo di questa fase,reca tratti spiccatamente meridionali, e in particolar modo siciliani, grazie alle personalità di Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto. E’ però molto significativo che i tre maggiori rappresentanti del Verismo siciliano abbiano trascorso a Milano lunghi periodi della loro esistenza: i loro strumenti espressivi, nutriti dalla realtà isolana in cui erano nati e cresciuti, avevano comunque bisogno del contatto con una civiltà letteraria più avanzata e complessa, oltre che con strutture culturali infinitamente più efficienti e ramificate. Certo non furono estranee al perfezionamento della poetica verista le influenze della scapigliatura,fenomeno esclusivamente lombardo e piemontese, anzi largamente tributario di esperienze francesi,che tuttavia elaborò una visione del mondo capace di agire sulle sensibilità tanto lontane e appartate di quel manipolo di intellettuali siciliani saliti al Nord. Da questo punto di vista si può dire che il verismo è stata la prima manifestazione autenticamente nazionale della letteratura italiana,per la quale sarà sempre più difficile,d’ora in poi,individuare delle coordinate geografiche di particolare rilievo e significato. Si può però rilevare che il risveglio del Meridione, purtroppo solo letterario, non si limita alla sola Sicilia: è molto attiva Napoli, dominata dalla figura di Francesco De Sanctis e ricca di esperienze autoctone solo tangenzialmente riconducibili al verismo,come quelle di Salvatore Di Giacomo o di Matilde Serao; e si comincia a produrre letteratura anche in regioni rimaste lungamente silenti,come la Calabria di Vincenzo Padula e Nicola Misasi. L’eredità dell’egemonia lombardo-piemontese di primo Ottocento viene raccolta dalla scapigliatura,che fa di Milano un centro di elaborazione culturale molto attivo, fondando svariate riviste letterarie e soprattutto contribuendo alla nascita di un’immagine di metropoli senza uguali nel panorama italiano del tempo:una metropoli con le sue borgate e il suo proletariato,la sua piccola borghesia impiegatizia e i suoi industriali,che ispirerà nelle opere di Emilio De Marchi e Paolo Valera un realismo assai diverso da quello meridionale. Più appartata e legata ai vecchi modi romantici, seppure percorsa da fermenti innovativi e da una specifica attenzione per il positivismo,appare la cultura letteraria veneta, che trova nel vicentino Antonio Fogazzaro,il maggior narratore del periodo e in poeti come Aleandro Aleardi, Giacomo Zanella e Vittorio Betteloni gli esponenti di un cauto e faticoso rinnovamento della letteratura in versi. Ancor più appartato e se possibile ancor meno ricco di risultati significativi si rivela il profilo letterario della Toscana:nonostante la sopravvivenza del mito culturale di Firenze,del resto alimentato nel periodo granducale dal Visseux e dagli intellettuali che intorno a lui si riunivano,la produzione della cultura toscana risulta in questo periodo alquanto scarsa:a parte carducci,che mieterà però gran parte delle sue glorie letterarie a Bologna(e bolognese del resto era anche il suo editore Zanichelli),si possono segnalare soltanto alcuni spunti di verismo bozzettistico e campagnolo nell’opera di Mario Pratesi e Renato Fucini,mentre gli unici momenti di autentica originalità vanno ravvisati nella produzione per l’infanzia di Carlo Collodi.Un discorso a parte va fatto per Roma,che diviene capitale d’Italia nel momento di più grave degrado della sua cultura e delle sue forze intellettuali:tramortita dall’immobilismo pontificio,ridotta a poco più di borgo popolato per la stragrande maggioranza da artigiani e proletari analfabeti,Roma sconta pesantemente il suo isolamento,che già Leopardi negli anni Venti stigmatizzava. Ma l’indotto creato dai ministeri e dal suo essere divenuta improvvisamente il centro della vita politica del paese rivitalizzerà in breve tempo la città, che già nel decennio Ottanta dimostra sul piano culturali forti spinte di ripresa,soprattutto grazie all’attività dell’editore Angelo Sommaruga e alla presenza di immigrati di spicco come gli abruzzesi Gabriele d’Annunzio ed Edoardo Scarfoglio.Anche se la produzione letteraria autoctona lascia ancora a desiderare(l’unico nome di rilievo è il poeta dialettale Cesare Pascarella),la capitale diviene comunque un punto per i letterati di tutta Italia,attirati da riviste come”Cronaca bizantina”o”Nuova Antologia”,la cui risonanza era divenuta addirittura internazionale.
2. La geografia nell’ immaginario letterario.
La vocazione sostanzialmente realista del periodo preso in esame fa sì che i luoghi prediletti dall’ immaginario letterario si discostino ben poco da quelli nei quali si svolse l’ esistenza dei vari scrittori. L’ esotismo anzi – un esotismo, beninteso, tutto di cartapesta, costruito sui peggiori luoghi comuni e sulla più facile oleografia – sembra appannaggio esclusivo della letteratura d’ appendice, che non esita ad ambientare improbabili storie di amore e morte nei siti più stravaganti del pianeta; per gli scrittori migliori, invece, il dato reale sembra dominare su qualsiasi volo fantastico o mitologia letteraria.
Anche un poeta imbevuto di miti classici, come Giosuè Carducci, quando si trova di fronte alle rovine dell’ antica Roma (in Dinanzi alle terme di Caracalla), non sa sottrarsi all’ osservazione del presente, evocando nei versi non tanto il fascino dei ruderi quanto il triste paesaggio che li circonda con le figure ( un turista inglese, un contadino ciociaro) che vi compaiono in quel momento. Solo raramente, come per esempio in Primavere elleniche, l’ immaginazione di Carducci si libra di luoghi e tempi remoti, i luoghi appunto della classicità greca. Ma anche in questo caso l’ autore sente il bisogno di premettere al trittico di poesie un’ apostrofe a “Lina” che obbliga comunque il lettore a partire da una condizione presente, e a considerare effetto di un sogno, di una visione, le immagini successive: “Lina, brumaio torbido inclina, |ne l’aer gelido monta la sera: | e a me ne l’anima fiorisce, o Lina | la primavera”.
Coerentemente con la loro poetica, i veristi descrivono con precisione assoluta i luoghi in cui ambientano le loro narrative: anche i più minuscoli borghi e frazioni vengono chiamati con il loro nome e dipinti nel loro assetto reale: la Sicilia di Verga e Capuana ci balza incontro dalla pagina con un’evidenza impressionante, per nulla trasfigurata dal benché minimo intervento emotivo; e anche la Milano impiegatizia di De Marchi, o quella degli appartamenti in affitto o i cortili dei palazzoni di periferia. Maggiore varietà viene offerta dalla vena fantastica degli scapigliati, che spesso amano ambientare le vicende da loro inventate in luoghi pur sempre italiani, ma piuttosto remoti e misteriosi per la loro sensibilità come l’interno della Calabria o l’Italia meridionale in genere. In ogni caso la letteratura del periodo è sostanzialmente refrattaria all’ immaginazione geografica: neanche città-mito come Venezia, Firenze o Roma, che ancora nel primo Ottocento agivano come luoghi ideali della fantasia creatrice, sembrano ora aver diritto di cittadinanza nel contesto di verità “sperimentale” strenuamente perseguito. Da quella verità nasceranno comunque “miti”, ma la loro carica fantastica esploderà solo a Novecento inoltrato.
Il conseguimento dell’unità nazionale, sancito il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia, costituiva certamente il coronamento di un programma risorgimentale gestito per gran parte dalla borghesia moderata dei vari Stati italiani, e tuttavia aggiungeva nuovi problemi a quelli, già di per sé assai gravi, rimasti aperti. L’alta borghesia settentrionale, presto alleatasi con un’ aristocrazia a sua volta imborghesita e rapidamente convertita alla linea unitaria e costituzionale, era l’unica forza italiana ad avere espresso un programma di sviluppo politico e sociale complessivo e coerente, e ciò le valse la leadership incontrastata all'interno del movimento moderato, cui si contrapponeva un movimento democratico diviso e spesso contraddittorio tanto negli obiettivi proposti quanto nei progetti per la loro realizzazione. Il programma dei moderati, ispirato ai principi del liberalismo di primo Ottocento, prevedeva un armonico sviluppo industriale delle singole regioni italiane, favorito da un ampia autonomia amministrativa e basato sulla libertà d’impresa. Tale progetto si scontrava con le condizioni di estrema arretratezza dell’Italia meridionale e con la fragilità dell’egemonia politica appena realizzata, insidiata dall'aperta ostilità della Chiesa e dal dissenso di una piccola borghesia che non vedeva corrispondere al proprio accresciuto peso sociale un analogo incremento della partecipazione alle sorti politiche del nuovo Stato. Fu così giocoforza, per la borghesia imprenditoriale del Nord, stringere un’alleanza con la borghesia agraria e latifondista del Meridione, che garantì il proprio sostegno al programma unitario a patto che non venisse intaccato il proprio dominio sulle plebi contadine: a patto cioè che i contadini del Sud rimanessero nelle condizioni di miseria, analfabetismo e ghettizzazione che risultavano le più idonee per il loro sistematico sfruttamento. Ciò determinò un grave scompenso nella crescita complessiva del paese, che influì molto negativamente sulla modernizzazione dell’agricoltura e sullo sviluppo sociale del Mezzogiorno, con effetti che si avvertono ancora oggi. Anche il piano di decentramento amministrativo e di autonomie regionali, che avrebbe potuto incentivare le risorse locali, rimase lettera morta di fronte alla necessità per il partito moderato di compensare la sua esigua base sociale con un ferreo controllo centrale delle risorse e degli investimenti: ciò conferiva necessariamente al Piemonte e alla capitale Torino un ruolo di assoluto privilegio nella nuova compagine statale, rendendo il processo unitario più simile a un’ operazione di tipo coloniale da parte dell’ex Regno di Sardegna, che non al solidale convergere di iniziative locali verso obiettivi da tutti voluti e interpretati allo stesso modo. Non ultimo per importanza, fra i problemi che il nuovo Stato si trovò ad affrontare, era il completamento dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e di Roma. Punto irrinunciabile della propaganda democratica, che vi coglieva l’ultima occasione per rilanciare il movimento insurrezionale, la questione influenzò profondamente la politica interna ed estera del Regno d’Italia nel suo primo decennio di vita, rivelò la scarsa autonomia dei Savoia rispetto alle potenze europee e soprattutto mise in luce la vocazione repressiva dei governi post-unitari, assai preoccupati dalle eventuali rivendicazioni popolari che la liberazione di Venezia o Roma per via di insurrezione democratica avrebbe potuto stimolare. Le difficoltà dell’Italia unitaria, insomma, appaiono legate- né poteva essere altrimenti - al modo in cui il Risorgimento si era realizzato e all'impronta sostanzialmente moderata e conservatrice che esso aveva storicamente ricevuto: il ferimento di Garibaldi all'Aspromonte da parte dell’esercito regio può costituire l’episodio emblematico della definitiva abdicazione dell’iniziativa popolare e democratica a favore della ragion di stato e del contesto politico internazionale.
2. LA DINAMICA POLITICA E SOCIALE
I primi governi della Destra storica, che deteneva una larga maggioranza in un parlamento eletto in poco più di quattrocentomila elettori selezionati in base al censo, si trovarono divisi tra le sempre più pressanti richieste dei democratici che pretendevano la liberazione del Veneto dal dominio austriaco e di Roma da quello pontificio, e le esigenze del concerto internazionale, soprattutto di Napoleone III, rivolte ad una conservazione dello status quo e alla protezione anche militare, da parte francese, della sovranità temporale del papa.
L’ambiguità del governo italiano apparve chiara fin dal 1862, quando Giuseppe Garibaldi organizzò un corpo di volontari che risalendo dalla Sicilia attraverso l’Italia meridionale sarebbe dovuto giungere fino a Roma. L’atteggiamento di Vittorio Emanuele II e del presidente del consiglio Urbano Rattazzi, che all'inizio poteva essere interpretato come un tacito incoraggiamento all'impresa, mutò radicalmente in seguito alla reazione di Napoleone III e al pericolo che il passaggio dei garibaldini provocasse un insurrezione democratica nelle popolazioni meridionali: un corpo di spedizione dell’esercito regio fu inviato in tutta fretta ad intercettare i volontari in Aspromonte, e nel breve scontro a fuoco che ne seguì lo stesso Garibaldi fu ferito ad un piede. L’impressione sull'opinione pubblica fu enorme, e costrinse Rattazzi alle dimissioni; ma non determinò cambiamenti nella politica italiana, sempre più orientata ad affidare al mutevole gioco degli equilibri internazionali la soluzione della questione.
Nel quadro europeo l’elemento dinamico a partire dal 1862 era costituito dalla Prussia di Birsmarck, votata ad un consolidamento del dominio prussiano sulla Confederazione germanica anche attraverso consistenti espansioni territoriali; e in questa fase il ruolo della Prussia si rilevò determinante. L’Austria e la Francia era i due maggiori rivali dell’espansionismo prussiano; gli stessi paesi costituivano un insormontabile ostacolo per il compimento dell’unità nazionale italiana: il Veneto faceva parte dell’Impero Asburgico, mentre lo stato Pontificio era sotto la protezione di Napoleone III, che nel 1864 aveva imposto a Vittorio Emanuele II lo spostamento della capitale da Torino a Firenze, come segno della definitiva rinuncia a Roma dello stato Italiano.
Garantitosi un secondo fronte grazie ad un alleanza offensiva con l’Italia nel 1866 Birsmarck attaccò e sconfisse in breve tempo l’Austria, nonostante le conquiste subite dall'esercito italiano a Lissa e a Custoza (terza guerra di indipendenza); in seguito alla pace di Praga il Veneto fu definitivamente annesso all'Italia. Quattro anni più tardi nel 1870, i colpi d’ariete dell’esercito prussiano sgretolavano a Sedan la potenza militare e determinavano la caduta del Secondo impero, lasciando all'Italia campo libero per la liberazione di Roma che avvenne quasi senza colpo ferire il 20 Settembre dello stesso anno.
Si risollevavano così le più due gravi questioni territoriali rimaste aperte per lo stato unitario. In ambedue i casi la soluzione non fu determinata da un iniziativa autonoma ne tantomeno popolare, bensì solo dal favorevole decorso dei conflitti fra le potenze europee. Si perse in questo modo l’occasione di cementare sotto una bandiera ideale la precaria compagine sociale e morale della nuova Italia.
Represso fra il 1861 e il 1865 il brigantaggio meridionale, che era la spia più evidente del disagio e dell’arretratezza di quelle popolazioni, i vari governi della destra si dedicarono a un difficile risanamento del bilancio statale perseguito attraverso una fortissima repressione fiscale che colpiva soprattutto l’agricoltura impoverendo ulteriormente le già miserrime plebi contadine. Anche il patto sociale stabilito fra moderati settentrionali e latifondisti meridionali fece si che la riforma agraria ben avviata al nord con positive conseguenze sullo sviluppo dell’agricoltura rimanesse al sud quasi del tutto inefficace lasciando intatti anzi incrementando tanto il latifondo quanto il regime di odioso sfruttamento bracciantile. Lo stesso fenomeno migratorio fu ostacolato con leggi restrittive allo scopo di non diminuire l’offerta di braccia e mantenere quindi bassissimo il prezzo della manodopera, e solo intorno al 1890 si provvide a liberalizzare l’emigrazione.
Neanche la cosiddetta “rivoluzione parlamentare” del 1876 che portò al potere la sinistra di Agostino De Pretis valse a mutare gli indirizzi generali della politica italiana. La riforma elettorale del 1882 cominciò a escludere dal voto gli analfabeti e i nullatenenti privando di fatto dei diritti politici la stragrande maggioranza meridionale; anche l’obbligatorietà di un biennio di istruzione elementare introdotta dalla legge Coppino del 1877 rimase largamente inoperante soprattutto al sud: la cosiddetta “questione meridionale” si aggravò così sempre di più divenendo il principale ostacolo sulla via di uno sviluppo industriale e tecnologico del paese.
D’altra parte la classe imprenditoriale italiana aveva assoluto bisogno di un sostegno statale per una politica di industrializzazione diffusa; i costi delle iniziative che il governo italiano prese in tal senso si riversarono inevitabilmente sull'agricoltura attraverso il progressivo aumento della pressione fiscale e l’abbandono a se stesso del latifondo meridionale, che risultava coltivato sempre peggio e con una sempre più ingiusta ripartizione dei guadagni che ne derivano.
Il decennio 1880-1890 fu così segnato da uno sviluppo industriale piuttosto modesto i cui costi si scaricarono su un tessuto sociale gravemente compromesso, con la spaccatura tra nord e sud molto approfondita e con dei diffusi fermenti di protesta non solo contadina che nel decennio successivo avrebbero avuto drammatici sviluppi.
3. I MOVIMENTI IDEOLOGICI
Dal punto di vista delle ideologie, il dato più rilevante del trentennio compreso fra il 1860 e il 1890 è la nascita e il consolidamento del movimento comunista internazionale, in stretta dipendenza dal marxismo e dai suoi sviluppi teorici. Al rapidissimo sviluppo del capitalismo, che nei maggiori paesi europei entra già a partire dal 1870 nella sua fase monopolistica - fatta di grandi concentrazioni industriali libere da problemi di concorrenza, e quindi padrone incontrastate tanto del mercato quanto dei rapporti di lavoro con la classe operaia -, corrispose un'organizzazione altrettanto rapida dei lavoratori, le cui associazioni spontanee trovarono nelle dottrine di Karl Marx (1818-1883) e nella prassi politica comunista il connettivo più efficacie e duraturo. Nel 1864 nasceva così la prima Associazione Internazionale degli Operai, meglio nota come <
L'ideologia comunista, ancorata alla prospettive del <
Del resto vari fermenti di socialismo utopistico circolavano in Europa da prima del 1848, anno di pubblicazione del Manifesto del Partito comunista; e anche se l'adesione alla prassi rivoluzionaria risultava spesso variamente sfumata in senso riformistico, non c'è dubbio che quelle forze preesistenti contribuirono non poco alla diffusione capillare del marxismo tanto fra le masse operaie quanto nei ceti intellettuali.
I punti-cardine della strategia comunista erano l'abbattimento violento del sistema capitalistico, l'abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Anche le strutture dello Stato borghese andavano abbattute e sostituite da uno Stato che fosse emanazione diretta della <
Il marxismo si qualificava in tal senso come la risposta più compatta e radicale del movimento operaio allo sviluppo del capitalismo; ma il problema del riscatto sociale delle classi più povere trova in questo periodo anche le altre soluzioni.
Più moderata era ad esempio la posizione del francese Pierre Joseph Proudhon (1809-1865), decisamente contrario a ogni forma di collettivizzazione dei mezzi di produzione e sostenitore di libere associazioni di lavoratori capaci di produrre in totale autonomia ripartendo in modo egualitario i profitti del loro lavoro: un'organizzazione del genere avrebbe portato, secondo Proudhon, alla naturale scomparsa dello Stato in quanto garante del dominio della classe egemone. A differenza di Marx, inoltre, Proudhon non riteneva la classe operaia l'unico propulsore del movimento rivoluzionario e anzi guardava alla società contadina come al terreno ideale per l'applicazione di un modello cooperativistico che poteva prefigurare l'associazionismo globale da lui auspicato.
Soprattutto ai contadini guardava anche l'anarchismo di Michail Bakunin (1814-1876), insofferente di qualsiasi forma di autorità e di organizzazione sociale e propugnatore di una società di stampo proudhoniano fondata sul libero sviluppo di gruppi associati o individui. Per gli anarchici tale società doveva essere perseguita attraverso una tattica insurrezionale affidata all'azione diretta dai singoli, che poteva esprimersi anche attraverso gesti dimostrativi come l'assassinio di regnanti e governanti o l'attentato terroristico rivolto a seminare il panico e a destabilizzare gli equilibri statuali.
Dall'altra parte della barricata le ideologie ispirate allo sviluppo del capitalismo, come il liberalismo di primo Ottocento, subivano dopo il 1860 una sensibile battuta d'arresto nella ricerca teorica e speculativa, anche perché impreparate di fronte alla repentina trasformazione in senso monopolistico e finanziario del capitale d'impresa, con conseguenze che sembravano contraddire, almeno sul piano economico, i fondamenti stessi delle teorie liberali. Ne derivò una certa debolezza che lasciò campo libero alla forze avversarie, le quali a partire dal 1875 presero a organizzarsi in partiti socialisti nazionali, di impronta ora riformista ora rivoluzionaria: essi confluiranno nel 1889 nella Seconda Internazionale, ben più ampia e potente della Prima (che si era sciolta nel 1876), anche se più permeata da cosiddetto “revisionismo” di primo Novecento. se il quadro ideologico europeo di secondo ottocento appare polarizzato sul problema della lotta di classe e dello scontro sempre più aspro fra proprietari e manodopera,
in ITALIA la situazione si presenta sensibilmente diversa. Abbiamo già visto infatti come lo sviluppo capitalistico fosse nel nostro Paese molto più arretrato e difficoltoso che nel resto dell’Europa occidentale. Tale condizione rendeva più problematico il sorgere di una coscienza operaia e quindi più lenta e tortuosa la diffusione delle idee socialiste. Del resto Giuseppe Mazzini, che continuava a costituire il punto di riferimento per lo schieramento repubblicano e progressista italiano, era un fermo oppositore del marxismo e del socialismo (netta per esempio era stata la sua condanna dell’esperienza della Comune di Parigi); e la forte penetrazione degli ideali repubblicani presso gli strati urbani più poveri agì da diga nei confronti delle indicazione della Prima Internazionale. Solo nel 1882 si formò in Italia, sotto la direzione di Andrea Costa (1851-1910), un piccolo partito operaio indipendente di ispirazione socialista, che dieci anni più tardi (1892) Filippo Turati (1857-1932) avrebbe trasformato nel Partito socialista italiano.
Ben più rilevante, per il periodo in esame, fu la diffusione dell’anarchismo bakuniniano, che trovava terreno fertile tanto nella popolazione contadina, quanto in alcuni settori della classe operaia e del sempre crescente sottoproletariato urbano. Nelle parole d’ordine dell’anarchia, con il loro ribellismo spesso generico e con l’esaltazione dell’atto individuale svincolato da qualsiasi strategia complessiva, poteva però riconoscersi anche l’insofferenza antiborghese di numerosi intellettuali soprattutto settentrionali, nutriti di idealismo di matrice romantica e pronti a trasferire nei comportamenti e nei costumi la carica trasgressiva nei confronti del valori riconosciuti. Pur se privi di un programma politico in positivo, tali intellettuali –per gran parte artisti e scrittori come ad esempio gli scapigliati- contribuirono comunque, anche attraverso lo “scandalo” destato presso i benpensanti, a rendere problematica la cultura espressa dalla classe al potere, innervandola di dubbi e contestazione, e inaugurando un’arte “di opposizione” che si può considerare per molti versi all’origine della prassi novecentesca delle avanguardie storiche.
Un discorso a parte va fatto, almeno in Italia, per le ideologie di matrice cattolica. Il “non expedit” con cui Pio IX, nel 1874, vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica di uno Stato resosi “colpevole” della breccia di Porta Pia determinò di fatto un isolamento del mondo cattolico dai più impellenti problemi di gestione economica e organizzazione sociale che si ponevano all’Italia unita; e quindi lo tagliò fuori, almeno per i primi tempi, dal dibattito spesso violento sulle condizioni dei lavoratori, sulla natura del capitalismo, sul socialismo. Dall’ambito cattolico erano pur partite indicazioni riguardanti la questione sociale: grande rilievo avevano avuto, per esempio, le posizione del vescovo di Magonza Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), che risalivano ai primi anni Sessanta e condannavano sia il capitalismo sia il socialismo, propugnando un’economia basata sulla morale cattolica e su un forte assistenzialismo da parte dello Stato e della Chiesa. Da tali principi si sviluppò un movimento cristiano-sociale che soprattutto in Austria, Francia e Belgio agì in concorrenza e in polemica con le organizzazioni socialiste, pur avanzando talvolta richieste di riforme sostanzialmente identiche.
Circoli e associazioni cristiano-sociali si formarono dopo il 1870 anche in Italia e si caratterizzarono per un’intensa propaganda antisocialista che agiva su operai e contadini attraverso forme associative e organizzative legate alle diocesi o alle parrocchie. Ma la vicinanza al soglio pontificio e le particolari condizioni politiche indotte dal “non expedit” non solo conferirono una particolare virulenza alla predicazione antisocialista, ma spesso arrivarono a coinvolgere, sotto la comune accusa di <
4. INTELLETTUALI E ISTITUZIONI CULTURALI
Abbiamo visto nell'introduzione alla sezione precedente come nella prima metà dell'Ottocento fosse emersa una nuova figura di intellettuale,vincolato dalle corti e dalle gerarchie ecclesiastiche e sostenuto da un'industria elettorale che cominciava a giovarsi sempre più dell'allargamento del pubblico e della crescente alfabetizzazione. Tale fenomeno era però limitato quasi esclusivamente al Lombardo-Veneto e al Piemonte,la cui qualità di Stati autonomi,dotati di una classe imprenditoriale particolarmente vivaci e di un'amministrazione complessivamente assai accorta favoriva di fatto nuovi sbocchi sociali del ceto intellettuale.
Una volta unificata l'Italia,le proporzioni del fenomeno,riportate su scala nazionale, mutarono bruscamente:il modello settentrionale non poteva infatti essere esteso a un paese in cui nel 1861 il 78% della popolazione era analfabeta,con punte del 95% nel Meridione. Il ceto intellettuale dell'Italia unitaria si trovò perciò ad agire su" uno strato sociale estremamente ristretto che non poteva a sua volta non condizionarlo,sia nel senso di realizzare un ricambio pressoché obbligato al proprio interno, sia nel senso di un oggettiva difficoltà a uscire dagli orizzonte ideali e politici che caratterizzavano la classe dominante" (A. ASOR ROSA ).
Gli sforzi dello Stato unitario nel campo culturale ci concentrarono soprattutto sulla riorganizzazione della scuola,che presentava caratteristiche assai diverse nelle varie regioni e che aveva innanzi tutto bisogno di un profondo ricambio di docenti,con l'ingresso di intellettuali omogenei alle idee unitarie e liberali da cui nasceva il Regno D'Italia.Sia pure con molte disuguaglianze fra Nord e Sud e con numerose contraddizioni interne,il lavoro organizzativo diede buoni frutti,elevando complessivamente il livello culturale medio della popolazione italiana e consentendo a partire dal decennio Ottanta una forte ripresa dell'attività editoriale e giornalistica,che fino a quel momento aveva dovuto segnare il passo.
Le ripercussioni negative della situazione in generale all'indomani dell'unità d'Italia si fecero sentire soprattutto su artisti e letterati:mentre infatti gli intellettuali con competenze tecniche-scientifiche o economiche potevano provare senza troppe difficoltà un ruolo nel lavoro necessario per la costruzione del nuovo Stato,i depositari della creatività artistica si trovarono invece a fronteggiare una grave crisi di committenza. L'austera politica economica della Destra destinava poco o nulla alle attività culturale e i nuovi ricchi borghesi si dimostravano molto più insensibili degli aristocratici alla protezione delle arti liberali. Dall'altra parte l'editoria tutta accentrata fra Lombardia e Piemonte vide aumentare a dismisura i propri costi di gestione per l'improvviso allargarsi della sua base territoriale senza che ciò corrispondesse un apprezzabile incremento del mercato,visto la pressoché totale assenza di pubblico alfabetizzato in quasi tutte le regioni appena entrate a far parte del regno d'Italia.
In conseguenza di ciò i letterati italiani,la cui provenienza di classe era ormai in maggioranza medio-piccolo borghese, e quindi tale da non consentire cospicui appoggi finanziari di origine familiare,si trovarono spesso in condizioni economiche assai difficili:se la " bohème" fu per alcuni una scelta di vita,per altri costituì una vera e propria necessità. Si verificò,in altri termini,una parziale "proletarizzazione" del letterato,con conseguenze talvolta non trascurabili sulla natura stessa e sulla destinazione dell'attività creativa.
La situazione cominciò a mutare in meglio intorno al 1880, grazie all'enorme favore incontrato nel pubblico dei cosiddetti "romanzi di appendice",che venivano pubblicati a puntate da quotidiani e periodici, e al rilancio dell'attività editoriale che trovò in Firenze e Roma i nuovi centri di diffusione e di iniziativa:basti pensare al caso di Giovanni Verga,che riuscì a vivere sempre del suo escluso lavoro di scrittore, e che realizzò lauti guadagni grazie ai diritti di autore di una sua novella, Cavalleria Rusticana, divenuto nel 1890 un melodramma di grande successo per la musica di Pietro Mascagni.
In ogni caso la condizione di intellettuali e istituzioni culturali nel primo trentennio dell'unità d'Italia si presentava alquanto difficile,in relazione alle condizioni di grave arretratezza del paese alle fortissime differenziazioni locali e alla scarsissima base sociale su cui la cultura poteva contare.
LE COORDINATE GEOGRAFICHE
1.La geografia letteraria
La cultura letteraria dell’ Italia unita non poteva non risultare somma delle singole culture espresse dagli Stati precedentemente divisi. é comunque indubbio che grazie alle maggiori possibilità di comunicazione e di circolazione delle idee conseguenti alla caduta dei confini interni,nel periodo 1860-1890 si verificò un sostanziale mutamento negli equilibri geografici della produzione letteraria. Praticamente assente dalla ribalta della letteratura internazionale per tutto il Settecento e per la prima metà dell’Ottocento,il Sud fa ora improvvisamente sentire la sua voce: il VERISMO,che è senza dubbio il più importante fenomeno narrativo di questa fase,reca tratti spiccatamente meridionali, e in particolar modo siciliani, grazie alle personalità di Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto. E’ però molto significativo che i tre maggiori rappresentanti del Verismo siciliano abbiano trascorso a Milano lunghi periodi della loro esistenza: i loro strumenti espressivi, nutriti dalla realtà isolana in cui erano nati e cresciuti, avevano comunque bisogno del contatto con una civiltà letteraria più avanzata e complessa, oltre che con strutture culturali infinitamente più efficienti e ramificate. Certo non furono estranee al perfezionamento della poetica verista le influenze della scapigliatura,fenomeno esclusivamente lombardo e piemontese, anzi largamente tributario di esperienze francesi,che tuttavia elaborò una visione del mondo capace di agire sulle sensibilità tanto lontane e appartate di quel manipolo di intellettuali siciliani saliti al Nord. Da questo punto di vista si può dire che il verismo è stata la prima manifestazione autenticamente nazionale della letteratura italiana,per la quale sarà sempre più difficile,d’ora in poi,individuare delle coordinate geografiche di particolare rilievo e significato. Si può però rilevare che il risveglio del Meridione, purtroppo solo letterario, non si limita alla sola Sicilia: è molto attiva Napoli, dominata dalla figura di Francesco De Sanctis e ricca di esperienze autoctone solo tangenzialmente riconducibili al verismo,come quelle di Salvatore Di Giacomo o di Matilde Serao; e si comincia a produrre letteratura anche in regioni rimaste lungamente silenti,come la Calabria di Vincenzo Padula e Nicola Misasi. L’eredità dell’egemonia lombardo-piemontese di primo Ottocento viene raccolta dalla scapigliatura,che fa di Milano un centro di elaborazione culturale molto attivo, fondando svariate riviste letterarie e soprattutto contribuendo alla nascita di un’immagine di metropoli senza uguali nel panorama italiano del tempo:una metropoli con le sue borgate e il suo proletariato,la sua piccola borghesia impiegatizia e i suoi industriali,che ispirerà nelle opere di Emilio De Marchi e Paolo Valera un realismo assai diverso da quello meridionale. Più appartata e legata ai vecchi modi romantici, seppure percorsa da fermenti innovativi e da una specifica attenzione per il positivismo,appare la cultura letteraria veneta, che trova nel vicentino Antonio Fogazzaro,il maggior narratore del periodo e in poeti come Aleandro Aleardi, Giacomo Zanella e Vittorio Betteloni gli esponenti di un cauto e faticoso rinnovamento della letteratura in versi. Ancor più appartato e se possibile ancor meno ricco di risultati significativi si rivela il profilo letterario della Toscana:nonostante la sopravvivenza del mito culturale di Firenze,del resto alimentato nel periodo granducale dal Visseux e dagli intellettuali che intorno a lui si riunivano,la produzione della cultura toscana risulta in questo periodo alquanto scarsa:a parte carducci,che mieterà però gran parte delle sue glorie letterarie a Bologna(e bolognese del resto era anche il suo editore Zanichelli),si possono segnalare soltanto alcuni spunti di verismo bozzettistico e campagnolo nell’opera di Mario Pratesi e Renato Fucini,mentre gli unici momenti di autentica originalità vanno ravvisati nella produzione per l’infanzia di Carlo Collodi.Un discorso a parte va fatto per Roma,che diviene capitale d’Italia nel momento di più grave degrado della sua cultura e delle sue forze intellettuali:tramortita dall’immobilismo pontificio,ridotta a poco più di borgo popolato per la stragrande maggioranza da artigiani e proletari analfabeti,Roma sconta pesantemente il suo isolamento,che già Leopardi negli anni Venti stigmatizzava. Ma l’indotto creato dai ministeri e dal suo essere divenuta improvvisamente il centro della vita politica del paese rivitalizzerà in breve tempo la città, che già nel decennio Ottanta dimostra sul piano culturali forti spinte di ripresa,soprattutto grazie all’attività dell’editore Angelo Sommaruga e alla presenza di immigrati di spicco come gli abruzzesi Gabriele d’Annunzio ed Edoardo Scarfoglio.Anche se la produzione letteraria autoctona lascia ancora a desiderare(l’unico nome di rilievo è il poeta dialettale Cesare Pascarella),la capitale diviene comunque un punto per i letterati di tutta Italia,attirati da riviste come”Cronaca bizantina”o”Nuova Antologia”,la cui risonanza era divenuta addirittura internazionale.
2. La geografia nell’ immaginario letterario.
La vocazione sostanzialmente realista del periodo preso in esame fa sì che i luoghi prediletti dall’ immaginario letterario si discostino ben poco da quelli nei quali si svolse l’ esistenza dei vari scrittori. L’ esotismo anzi – un esotismo, beninteso, tutto di cartapesta, costruito sui peggiori luoghi comuni e sulla più facile oleografia – sembra appannaggio esclusivo della letteratura d’ appendice, che non esita ad ambientare improbabili storie di amore e morte nei siti più stravaganti del pianeta; per gli scrittori migliori, invece, il dato reale sembra dominare su qualsiasi volo fantastico o mitologia letteraria.
Anche un poeta imbevuto di miti classici, come Giosuè Carducci, quando si trova di fronte alle rovine dell’ antica Roma (in Dinanzi alle terme di Caracalla), non sa sottrarsi all’ osservazione del presente, evocando nei versi non tanto il fascino dei ruderi quanto il triste paesaggio che li circonda con le figure ( un turista inglese, un contadino ciociaro) che vi compaiono in quel momento. Solo raramente, come per esempio in Primavere elleniche, l’ immaginazione di Carducci si libra di luoghi e tempi remoti, i luoghi appunto della classicità greca. Ma anche in questo caso l’ autore sente il bisogno di premettere al trittico di poesie un’ apostrofe a “Lina” che obbliga comunque il lettore a partire da una condizione presente, e a considerare effetto di un sogno, di una visione, le immagini successive: “Lina, brumaio torbido inclina, |ne l’aer gelido monta la sera: | e a me ne l’anima fiorisce, o Lina | la primavera”.
Coerentemente con la loro poetica, i veristi descrivono con precisione assoluta i luoghi in cui ambientano le loro narrative: anche i più minuscoli borghi e frazioni vengono chiamati con il loro nome e dipinti nel loro assetto reale: la Sicilia di Verga e Capuana ci balza incontro dalla pagina con un’evidenza impressionante, per nulla trasfigurata dal benché minimo intervento emotivo; e anche la Milano impiegatizia di De Marchi, o quella degli appartamenti in affitto o i cortili dei palazzoni di periferia. Maggiore varietà viene offerta dalla vena fantastica degli scapigliati, che spesso amano ambientare le vicende da loro inventate in luoghi pur sempre italiani, ma piuttosto remoti e misteriosi per la loro sensibilità come l’interno della Calabria o l’Italia meridionale in genere. In ogni caso la letteratura del periodo è sostanzialmente refrattaria all’ immaginazione geografica: neanche città-mito come Venezia, Firenze o Roma, che ancora nel primo Ottocento agivano come luoghi ideali della fantasia creatrice, sembrano ora aver diritto di cittadinanza nel contesto di verità “sperimentale” strenuamente perseguito. Da quella verità nasceranno comunque “miti”, ma la loro carica fantastica esploderà solo a Novecento inoltrato.
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