mercoledì 21 marzo 2012

Seneca – De brevitate vitae I - III “ La brevità della vita e il suo cattivo uso”

Maior pars mortalium,Pauline,de naturae malignitate conqueritur,quod in exiguum aevi gignimur,quod haec tam velociter,tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant,adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat.Nec huic publico,ut opinantur, malo turba tantum et imprudens volgus ingemuit; clarorum quoque virorum hic affectus querellas evocavit. Inde illa maximi medicorum exlamatio est: “vitam brevem esse, longam artem”; (2) inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conveniens sapienti viro lis:”aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare”. (3) Non exiguum temporis habemus,sed multum perdidimus. Satis longa vita in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit,ubi nulli bonae rei inpenditur,ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. (4) Ita est: non accipimus brevem vitam, sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes,ubi ad malum dominum pervenerunt,momento dissipantur,at quamvis modicae,si bono custodi traditae sunt, usu crescunt, ita aetas nostra bene disponenti multum patet.


Traduzione Italiana

La maggior parte degli uomini, Paolino, si lamenta (conqueritur) dell' avarizia della natura, perché siamo generati (gignimur) per un brave spazio di tempo (exiguum aevi), perché questo periodo di tempo che ci è stato dato (haec spatia dati nobis) scorre via tanto velocemente, tanto rapidamente, cosicché (adeo ut: prop. consecutiva) la vita, fatta eccezione per pochissimi, abbandoni gli altri (vita destituat ceteros) proprio nel momento in cui si apprestano a vivere (lett.: proprio durante il preparativo della vita). Non soltanto la folla e lo sciocco volgo si lamentò (ingemuit, col dativo) di questo malanno comune (huic publico malo), come credono; questo stato d'animo suscitò le lamentele anche di uomini illustri. Da ciò deriva quella famosa affermazione (inde illa exclamatio est) del più grande dei medici(Ippocrate V-IV sec.a. C.): "la vita è breve, l’arte è lunga” (2) Da qui l’accusa, per niente conveniente ad un uomo saggio, di Aristotele, che discute (exigentis) con la natura: “essa (illam) ha concesso (indulsisse) agli animali di vivere per cinque o dieci generazioni (lett. : tanto di vita); all’uomo, nato per cose tanto numerose e grandi, ha concesso di stare un termine più breve” (3) Non abbiamo poco (di) tempo, ma molto ne abbiamo perso (perdidimus). Ci è stata data con generosità una vita abbastanza lunga, per la realizzazione imprese grandiose, sempre che fosse tutta ben investita ( si tota bene collocaretur); ma quando essa si perde (diffluit) nella mollezza e nella inerzia, quando non viene spesa (inpenditur) per nessuna buona occupazione, solo quando ci costringe l'estrema necessità (ultima necessitate cogente), ci accorgiamo che è trascorsa quella (vita) che non ci siamo accorti che passava (sentimus transisse quam intelleximus ire).
(4) E' così: non riceviamo una vita breve ma l'abbiamo resa tale (sed fecimus), né siamo sprovvisti del suo prodigio (nec sumus inopes eius prodigi). Come le ricchezze abbondanti e regali, quando giungono (pervenerunt: perfetto iterativo) nelle mani di un cattivo padrone, vengono dilapidate in un attimo (momento dissipantur) mentre quelle (opes: le ricchezze) per quanto modeste, se sono affidate ad un buon amministratore crescono con l'uso, allo stesso modo la nostra esistenza si estende molto per chi sa bene disporla (disponenti bene: dativo di relazione). |

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