martedì 29 ottobre 2013

AGLI ALUNNI DELLA III D

COME PROMESSO, ECCO L'ASSEGNO DI ITALIANO PER GIOVEDI, 31 OTTOBRE: analisi del testo di "Pianto antico" (G.Carducci). Ripetizione di tutto il programma svolto (Dante+ Letteratura). CONTROLLO QUADERNONI. :) PROF.CARDAROPOLI

domenica 27 ottobre 2013

L’ETA DELLA CONTRORIFORMA - L' ETA' BAROCCA (inquadramento generale)



Il periodo di massima fioritura del Rinascimento si svolge fino alla vigilia della Pace di Cateau-Cambresis (1559). Gli ultimi decenni del cinquecento sono caratterizzati da un processo di esaurimento delle forme rinascimentali,nonché da una lenta trasformazione della cultura che condurrà alle soglie della nuova civiltà barocca del Seicento.
Questi anni sono dominati dalla Controriforma cattolica che condizionò non poco gli orientamenti culturali del tempo. La Controriforma rappresentò in primo luogo l’esigenza di rinnovamento totale da parte della Chiesa, sia nello spirito che nella struttura: dopo il Concilio di Trento, la Chiesa passò al contrattacco, sia rivolgendosi con ardore missionario ai Paesi extraeuropei, sia cercando di ridestare nella Europa cattolica un rinnovato ardore morale e religioso. Il concilio di Trento, o Concilio tridentino, convocato da Papa Paolo III, si svolse tra il 1545 e il 1563 allo scopo di definire la riforma della Chiesa (o Controriforma) e la reazione alle teorie del calvinismo e del Luteranesimo. L’opera di restaurazione avviata dalla Chiesa ebbe un carattere essenzialmente conservatore, fu soprattutto l’imposizione di una disciplina di vita e di costume. Timorosa del pericolo sempre incombente della larga diffusione delle idee della Riforma protestante, la Chiesa cercò di soffocare con un clima di assoluto rigore moralistico ogni manifestazione di libero pensiero . In questi anni la Chiesa cattolica si macchiò di crimini atroci, ricorrendo spesso al Tribunale della Santa Inquisizione con il quale si perseguitavano gli eretici e tutti coloro che sostenevano teorie ed opinioni contrarie all’ortodossia cattolica (vedi giordano Bruno, Galileo Galilei), i quali, riconosciuti colpevoli dal Tribunale ecclesiastico, erano affidati al cosiddetto “braccio secolare” (cioè al potere giudiziario statale) per l’esecuzione materiale della pena di cui l’autorità ecclesiastica non poteva farsi carico. Il "braccio secolare" fu attivo dal periodo della Santa Inquisizione, fino all’età moderna; fu abolito nel 1871. L’atmosfera di persecuzione e di paura instaurata dalla Chiesa nel periodo della Controriforma segnò, insieme al peso esercitato in campo politico dal predominio spagnolo, il graduale declino dello spirito di libertà e di tolleranza, di affermazione della libertà individuale che era stata la manifestazione più significativa della civiltà rinascimentale.
In Italia gli intellettuali, i letterati e tutti gli uomini di cultura attraversarono una fase di profonda crisi poiché non fu più loro concesso di esprimere liberamente le loro idee, ritenute non sempre conformi ai principi religiosi della Chiesa cattolica; essi si piegarono, generalmente, alle esigenze del nuovo clima di austerità controriformistica, molto spesso per calcolo o per convenienza, o per il solo timore di non essere accusati di eresia . In realtà la civiltà umanistico-rinascimentale aveva esaurito ormai la stagione di grande fioritura artistico-letteraria, aveva perduto ogni slancio e virtù creatrice e si adagiava nel coltivare un tipo di letteratura ormai sterile, volta unicamente al decoro formale, all’imitazione pedissequa e ossessiva di modelli classici esistenti: insomma l’intellettuale della Controriforma più che all’elaborazione di forme e contenuti originali, volge la propria attenzione all’estetismo formale, al rispetto rigoroso delle norme di stilistica e di retorica contemplate dalle Accademie e dai trattati poetici.
In questa società ormai scettica e stanca, la Chiesa si sforzò di restaurare un senso di rinnovato entusiasmo e di rinnovata moralità; tuttavia, il risveglio religioso auspicato dalla Chiesa si verificò solo in parte poiché le pesanti limitazioni imposte alla libertà di pensiero impedirono che si realizzasse un radicale e sincero rinnovamento delle coscienze. Inoltre, la rinnovata ed esasperata religiosità riportava nelle coscienze il senso dei limiti della natura umana. In contrapposizione all'ottimismo rinascimentale, fiducioso nella capacità creatrice dell’homo faber, si diffonde, alla fine del Cinquecento, un forte senso di insicurezza, di disiganno: l’uomo avverte la forza imprevedibile ed irrazionale della Fortuna, capace di soggiogare e di stravolgere i destini umani. E’ un motivo, questo, che noteremo negli autori storici – Machiavelli e Guicciardini – e soprattutto in Torquato Tasso, autore che già prelude alla civiltà barocca del Seicento.

LA LETTERATURA DELL’ETÀ DELLA CONTRORIFORMA
La letteratura della Controriforma è caratterizzata in primo luogo da un’estrema e raffinata elaborazione formale, che spesso diventa un esercizio sterile ed ossessivo, fine a se stesso. A ciò si aggiunge la tendenza, da parte degli intellettuali, a giustificare la propria opera spesso facendo riferimento a trattati di arte poetica, nei quali si cerca di dimostrare la piena regolarità dell’opera stessa, secondo i precetti desunti (arbitrariamente) dalla Poetica di Aristotele. Allo stesso tempo, gli autori della Controriforma avvertono e manifestano un senso di fastidio verso le regole, l’irrequieta tendenza al dilettoso, ad esprimere con intima spontaneità nuove esigenze e nuovi bisogni dello spirito.
L’elemento essenziale della letteratura di fine Cinquecento è il proposito moraleggiante, in ossequio allo spirito della Controriforma, unito alla preoccupazione del comporre in maniera ortodossa nel pieno rispetto delle norme stilistiche e morali.
Si tratta però quasi sempre di un ossequio esteriore, poiché prevale, in realtà, un’ispirazione sensuale e lasciva, sotto il peso del conformismo religioso, che esprime una civiltà decadente, frutto di spiriti oziosi e stanchi, generalmente inclini all’ipocrisia e al compromesso.
Autori rappresentativi della letteratura e del pensiero della Controriforma sono Giambattista Giraldi Cinzio, scrittore e teorico di arte poetica di Ferrara; Battista Guarini, di Ferrara; Giordano Bruno, scrittore e filosofo di Nola, condannato per eresia e morto sul rogo nel 1600; infine Torquato Tasso ( Sorrento 1544 - Roma 1595). Nel Tasso il dissidio culturale e letterario di quest’età assumerà un più profondo e drammatico carattere interiore, e assurgerà a una nuova, altissima e personale poesia.



ETA' BAROCCA
La vita culturale filosofica della seconda metà del Cinquecento e di tutto il Seicento è dominata dagli effetti politici e culturali della:
 Riforma protestante - Controriforma cattolica (Concilio di Trento,1545-1563)
 Dominazione spagnola, che diviene definitiva dopo la pace di Cateau Cambresis (1559): Regno di Napoli, Sicilia, Sardegna, Ducato Milano, Stato dei Presidi.
L’egemonia della Chiesa in Italia e in Europa si manifestò mediante una politica religiosa persecutoria e repressiva che si attuò con l’istituzione della Congregazione del Sant’Uffizio (1542) o Tribunale della Santa Inquisizione, un Tribunale speciale a cui dovevano far capo tutti i casi concernenti eresia, bestemmia, magia stregoneria. Il clima religioso di rigida intolleranza si tradusse anche nella istituzione della Congregazione dell’Indice (1571)* che esaminava le opere pubblicate, sottoponendole a censura e stilando gli elenchi dei libri proibiti. I testi messi all’Indice venivano bruciati, così come al rogo erano destinati gli eretici. Denunce, inquisizioni e persecuzioni rispondono al disegno di cancellare ogni diversità religiosa; le bolle papali, i manuali per confessori e inquisitori parlano di streghe, di uomini e donne che fanno patti col demonio, di streghe che distruggono i raccolti, che compiono sortilegi e orge. Il periodo, drammatico, della caccia alle streghe raggiunse il suo apice tra il 1560 e il 1630.
Le antiche Università italiane ed europee (Padova, Bologna, Oxford, Cambridge, la Sorbona), non appaiono più centri innovatori del sapere ma, fatte strumento della Chiesa, tendono piuttosto a reprimerlo.
La ricerca scientifica e la diffusione di nuove idee avviene piuttosto nelle Accademie: a Roma nasce l’Accademia dei Lincei (1603), a Venezia l’Accademia degli Incogniti (1630) a Firenze l’Accademia della Crusca (1583) a Londra la Royal Society (16629, a Parigi l’ Academie des Sciences.
 In questo contesto storico si inserisce l’irrimediabile crisi della cultura rinascimentale, fondata sul principio classico dell’armonia e dell’equilibrio, sull’ antropocentrismo che poneva l’homo faber al centro dell’universo, artefice del proprio destino e dominatore della natura. L’intellettuale umanista a tutto tondo, esperto di arte, letteratura, poesia, politica, storia lascia il posto, anche per le trasformazioni sociali e politiche in atto, ad una figura di intellettuale professionista che presta il proprio servizio a corte, spesso per necessità e con minor prestigio.

La Congregazione dell’Indice ha operato fino al 1917, anno in cui il compito di stilare l’Indice viene affidato al Sant’Uffizio, a sua volta abolito nel 1965.

L'ITALIA NELLA DIVINA COMMEDIA ( da uno studio a cura di Riccardo Merlante – Stefano Prandi)


Dante, oltre che il ruolo di giudice, assume nel poema anche quello di profeta del mondo terreno, che gli consente di scagliarsi polemicamente contro Firenze e le città italiane, causa di frazionamento politico, contro la Chiesa e Impero massime istituzioni medievali, ormai incapaci di assolvere alla funzione affidata da Dio per guidare l’umanità. La polemica politica viene programmaticamente sviluppata nei canti sesti di ciascuna cantica. La polemica contro Firenze e la constatazione della sua decadenza politica e morale coinvolge anche le città dell’Italia centro settentrionale, fino ad abbracciare, in una prospettiva sempre più ampia nell’apostrofe di Sordello da Goito (Purg.VI), l’Italia nel suo complesso.
La decadenza dei costumi va ricondotta , sostanzialmente, alla CUPIDIGIA, all’INGORDIGIA , all’AVIDITA’ sul piano morale, e alla VACANZA DELL’IMPERO sul piano politico. Al pari di Firenze nell’Inferno (la città partita, c.VI; il popolo fiorentino sì empio, c. X; gent’è avara, invidiosa e superba, c.XV; l’ingrato popolo maligno, c.XV) , anche altre città toscane (e italiane) vengono presentate con i tratti della bestialità.
Il giudizio negativo sulla complessiva situazione politica italiana viene ampiamente formulato nel canto VI del Purgatorio, dopo l’abbraccio tra Virgilio e il conterraneo Sordello da Goito. Nell’apostrofe iniziale, l’alta funzione dell’Italia e di Roma ( la città santa per eccellenza in quanto già sede dell’impero universale, ora centro della cristianità, perché sede del papato) è contraddetta dallo stato di decadenza attuale: Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello! (Purg. VI, vv.76-78) prostrazione . Dante dedica ben 25 terzine ad una polemica quanto mai appassionata e vibrante; polemica che si distingue dalle altre, numerose, presenti nella Divina Commedia per essere rivolta a più interlocutori, coinvolgendo l’Italia intera ( qui considerata forse, per la prima volta, non solo come entità geografico-linguistica, ma come una nazione), l’Imperatore, la Chiesa, Dio stesso, che nella domanda di Dante sembra quasi aver disdegnato lo sventurato paese (son li occhi tuoi rivolti altrove?, v.120), e infine Firenze, le cui dolorose vicende coinvolgono direttamente Dante, in esilio dal 1302. Se nel VI canto dell’inferno l’invettiva politica è affidata a Ciacco, simbolo di insaziabile ingordigia, e nel VI del Paradiso all’imperatore Giustiniano, emblema dell’impero universale, nel VI del Purgatorio l’invettiva prorompe direttamente dalla bocca di Dante-autore, che assume in prima persona il ruolo di profeta del proprio tempo. Per quanto riguarda la scelta di Sordello da Goito ( XII-XIII sec., il più celebre trovatore italiano, intellettuale di “alta eloquenza” De vulgari eloquentia) come protagonista di un canto politico, va detto che questi ben rappresenta l’unità linguistica auspicata da Dante, perché, precorrendo l’idea del “volgare illustre”, ha rifiutato la divisione dei dialetti ed ha scelto di poetare in provenzale, mentre l’Italia – dice Dante - è ”serva” a causa del suo frazionamento e delle sue lotte intestine. Dante conferisce alla figura di Sordello da Goito tratti di grande rilievo stilistico: Sordello era un personaggio ideale per rappresentare l’aspra denuncia di Dante contro le lotte intestine tra i principi italiani, innanzitutto per il tono aspro e risentito dei suoi sirventesi politici e morali e del celebre “Compianto” scritto in morte di ser Blacats, poi per la scelta letteraria di poetare in una lingua sovraregionale (l’occitanico), che a Dante appariva come un “volgare illustre”. Per queste ragioni, oltre che per affinità biografica ( anche la vita di Sordello da Goito fu caratterizzata dalla peregrinazione tra le corti italiane), Dante proietta nel poeta mantovano i tratti caratteristici della propria stessa nobile, magnanima, solitaria figura di esule, propugnatore di una giustizia al di sopra delle fazioni.
Nei versi della lunga e appassionata digressione politica (Purg. vv.76-126), la faziosità dei cittadini italiani in perenne lotta tra loro viene espressa in termini di bestialità (l’un l’altro si rode, Purg. VI, v.83), richiamando l’atmosfera del canto di Ugolino, che rode il cranio dell’arcivescovo Ruggieri di Pisa (Inf. C.XXXIII). L’invettiva denuncia i mali dell’Italia e ne indica le origini: l’Italia, un tempo padrona del mondo, ora lasciata “vedova e sola” dall’imperatore ( Purg. VI, v. 113), è divenuta, senza cavaliere, un cavallo selvaggio che nessuno può domare( costei ch’è fatta indomita e selvaggia, Purg. VI, v.98). Molti hanno contribuito alla decadenza italiana: in primo luogo l’imperatore che non svolge adeguatamente il proprio alto ufficio di somma guida politica e sul quale, perciò, si abbatterà il castigo divino; i pontefici, che si oppongono all’imperatore per sostenere il primato del potere spirituale e per le continue ingerenze nella sfera politica (Ahi gente che dovresti esser devota/ e lasciar seder Cesare in la sella, Purg. VI, vv. 91-92); le grandi famiglie magnatizie, i tiranni ; le istituzioni popolari, le lotte interne dei cittadini ( in te non stanno sanza guerra/li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode/ di quei ch’un muro e una fossa serra, Purg. VI, vv.82-84).
La polemica del VI canto si riallaccia a quella del XVI canto Purgatorio, dove la situazione politica italiana diviene oggetto di analisi etico-politica di Marco Lombardo. Strutturalmente, i due canti hanno in comune sia L’OPPOSIZIONE PASSATO /PRESENTE, i cui poli sono rappresentati qui da Roma e Firenze, e in cui l’Italia, un tempo giardino de lo imperio, contrasta con lo stato di attuale abbandono, associabile ancora una volta alla selva oscura del c.I;sia l'idea della NECESSITA’ DI UNA GUIDA AUTOREVOLE, idea centrale del pensiero etico-politico di Dante, che nel VI canto è rappresentata dall’immagine viva dell’Italia diventata “selvaggia” per mancanza di una guida autorevole e universale, che sia garante di giustizia e di legalità. L’analisi delle complesse condizioni politiche dell’Italia, si conclude , nel VI canto del Purgatorio, con l’invocazione a Dio, e dal momento che non si vedono nell’immediato i segni di un suo intervento diretto (il cui bisogno è avvertibile anche nella profezia del Veltro, Inf. c.I), Dante conclude il suo duro intervento politico-profetico rimettendosi, non senza sgomento, alla imperscrutabile volontà divina (O è questa preparazion che ne l’abisso/ del tuo consiglio fai per alcun bene/ in tutto de l’accorger nostro scisso? Purg. VI, vv.121-123).

venerdì 25 ottobre 2013

AGLI ALUNNI DELLA III D

PER DOMANI, 26 OTTOBRE, PREGO GLI ALUNNI DELLA III D DI STAMPARE LE VERSIONI DI RIEPILOGO SULLE COSTRUZIONI DI VIDEOR, DICOR, PUTOR,, IN MODO DA AVERE IN CLASSE DEL MATERIALE UTILE PER IL LABORATORIO DI TRADUZIONE. RACCOMANDO DI PORTARE ALMENO UN DIZIONARIO DI BASE. SI PREVEDONO, INOLTRE, VERIFICHE ORALI :)PROF. CARDAROPOLI

giovedì 24 ottobre 2013

AGLI ALUNNI DELLA IV E

PER DOMANI 25/10 RACCOMANDO IL RIPASSO DEI CANTI DELLA DIVINA COMMEDIA E DEI CONTENUTI DI LETTERATURA, FINO A F.GUICCIARDINI . PORTARE IL TESTO DI DANTE (per concludere la spiegazione del c.VI) E IL QUADERNONE AD ANELLI PER IL CONTROLLO DEI COMPITI SVOLTI (DANTE+LETTERATURA+TESTI VARI).SALUTI E BUON PROSEGUIMENTO DI SERATA :) PROF.CARDAROPOLI

martedì 22 ottobre 2013

ASSEGNO ITALIANO IV E (per giovedì 24). TIPOLOGIA B - ARGOMENTO: LIBERTÀ E DIGNITÀ DELL’UOMO



Sviluppa l’argomento in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano e facendo riferimento alle tue esperienze di studio. Da’ un titolo alla trattazione. Se scegli la forma del “saggio breve”, indica la destinazione editoriale, se scegli la forma dell’articolo di giornale, indica il tipo di articolo e il tipo di giornale sul quale ipotizzi la pubblicazione.

DOCUMENTI
1.Catone, allegoria della libertà. Come abbiamo visto, Catone è allegoria della liberta. Scegliendolo come guardiano della montagna del Purgatorio, Dante concentra l’attenzione del lettore sul prerequisito fondamentale della salvezza umana: la libertà, intesa non soltanto come libertà dello spirito dalla “caligine” del peccato, intesa anche come libero arbitrio, cioè come valore capace di conferire merito alla dignità morale degli individui. Senza il libero arbitrio (caratteristica che contraddistingue l’umanità), non ci sarebbe etica ( cioè la distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato) poiché un uomo senza libertà è un uomo che non è in grado di scegliere. Romano Luperini, Antologia della Commedia.

2. Catone, secondo l’interpretazione figurale di Erich Auerbach (1892-1957). Vedi brano in fotocopia.

3. (Virgilio) “Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
In Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara”. Purg., I, vv.70-75

4. La libertà: “diritto inalienabile” secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani. Fin dall’antichità, la libertà umana è stata al centro di dibattiti filosofici, sia laici, sia religiosi. Come punto di arrivo di questo secolare dibattito filosofico (che parte dai principi etici classici-europei e attraversa il “Bill of rights” del 1689, la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti nel 1776 e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nel 1789, durante la Rivoluzione francese), nel Novecento, sulla scia delle atroci guerre mondiali, e delle aberrazioni commesse contro l’umanità (vedi anche, ad esempio, l’Olocausto) , il diritto alla libertà viene sancito universalmente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Il documento, firmato nel 1948 dalle Nazioni Unite, si apre con l’ articolo n.1 che non lascia dubbi alle interpretazioni “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”.

5. La libertà secondo Giorgio Gaber. Rifletti sui seguenti versi della canzone La libertà, tratta dall’album “Dialogo di un impiegato e un non so” (1971) del cantautore italiano G. Gaber (1939-2003):
a) “Vorrei essere libero, libero come un uomo”.
b) “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.

martedì 15 ottobre 2013

SAGGIO BREVE - Argomento: Innamoramento e amore. Serena Capodiferro III E, a.s. 2012-13


“G: « [...] L'amore è una specie di forza di gravità: invisibile e universale, come quella fisica. Inevitabilmente il nostro cuore, i nostri occhi, le nostre parole, senza che ce ne rendiamo conto vanno a finire lì, su ciò che amiamo, come la mela con la gravità. » L: «E se non amassimo nulla? » G: «Impossibile. Te la immagini la Terra senza gravità? »". Esordisce così Alessandro D’Avenia in uno dei suoi più noti romanzi, “Bianca come il latte rossa come il sangue”. L’amore, sin dall’antichità, è stato oggetto d’ispirazione di poeti, filosofi, artisti, ma ci siamo mai chiesti il perché? Come mai tra i sentimenti, esso è stato certamente il più celebrato? Non è possibile dare una spiegazione razionale, così com' è difficile poter definire con parole chiare il concetto di “amore” o di “innamoramento”; la nostra mente, il nostro cuore, possono solo affermare che esso è una forza invincibile, causa della nostra felicità o, talvolta, della nostra tragedia. Come rileva Francesco Alberoni in “Innamoramento e Amore”, “Nell’amore c’è solo il paradiso o l’inferno; o siamo salvi o siamo dannati”. Per provare il vero amore e avere la fortuna di essere ricambiati, non basta solo volerlo; bisogna impegnarsi ogni giorno e - come scrive Giudo Gozzano - essere pronti ad “unire la propria sorte alla sorte dell’amato”, cosa certamente non semplice, dal momento che l'amore si traduce anche nella capacità di sapersi donare completamente all’altro, senza riservatezze. Innamorarsi significa rinnovarsi ed aprirsi ad esperienze nuove e sconosciute, proiettarsi in una prospettiva che ci distoglie dalla piccolezza della vita quotidiana e ci eleva a ciò che è superiore. Tale concetto è ben sottolineato da Marc Chagall nel dipinto “La Passeggiata”,opera in cui l'artista russo si ritrae sorridente, mentre tiene per mano la moglie Bella che si libra come un angelo nell’aria. Il senso più forte della bellissima immagine è senza dubbio l’amore che lega profondamente due persone, amore che va oltre i limiti della natura e del trascendentale. Senza provare un sentimento così assoluto, la vita non merita di essere vissuta, altro non è che un inutile fardello da dover sopportare. A volte l’amore è causa di profondo dolore, quando la persona amata appare indifferente e non ricambia i nostri sentimenti, o è lontana e irraggiungibile; così, come afferma Catullo, l'amore può costituire anche fonte d’odio. Ma possono coesistere sentimenti contrastanti come l’odio e l’amore nell’animo di un individuo? Certo, del resto un sentimento non esclude l’altro, sebbene chi è vittima del dissidio d'amore finisca per accrescere ulteriormente le proprie sofferenze. Concludendo con un aforisma di Alphonse Kerr, “L’amore è la più terribile, ma anche la più onesta delle passioni; è la sola che non possa occuparsi della propria felicità senza comprendervi la felicità di un altro”.