venerdì 11 ottobre 2013

F.GUICCIARDINI (Firenze1483- 1540), POLITICO, STORICO, SCRITTORE.


- STORIE FIORENTINE (1508-1510)
- DIALOGO DEL REGGIMENTO DI FIRENZE (1528)
- RICORDI (1512-1530)
- STORIA D’ITALIA (1537-1540)

Nacque a Firenze da nobile famiglia nel 1483. Studiò da adolescente la grammatica, la retorica, il latino, il greco; a 15 anni iniziò e proseguì con profitto lo studio del diritto allo Studium fiorentino, poi a Ferrara e a Padova. Si laureò con successo nel 1505 ed iniziò subito una brillante carriera forense che coincise con l’affermazione di una spiccata vocazione politica che doveva ben presto concretarsi in una rapida e fortunata carriera.
 Nel 1511 il gonfaloniere di Firenze Pier Soderini [ II Repubblica fiorentina (1498-1512) , Pier Soderini (1502-1512), gonfaloniere di giustizia a vita ] lo nominò ambasciatore della Repubblica presso il re di Spagna Ferdinando il cattolico. F. Guicciardini rimase in Spagna 3 anni, anche dopo il rientro a Firenze della famiglia de’ Medici (1512) nella persona di Giuliano de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello del Papa Leone X. La famiglia de’ Medici, infatti, continuò a tenerlo impiegato presso la Repubblica (ormai soltanto formale) di Firenze.
 Rientrato a Firenze, passò al diretto servizio del Papa Leone X ( Giovanni de Medici, 1513-1521) che lo nominò governatore di alcuni possedimenti ecclesiastici in Emilia Romagna animati da costanti e pericolosi focolai di conflitti tra signori aristocratici locali. Il Guicciardini svolse questo compito con estrema abilità diplomatica nonché perizia militare: anche qui, come già era accaduto in Spagna alla corte di Ferdinando il Cattolico, il Guicciardini si rivelò uomo di governo energico, ispirando la sua azione ad una concezione centralistica ed aristocratica dello Stato.
 Nel 1526 fu tra i principali fautori della Lega di Cognac, un’alleanza del Papato e di alcuni Stati italiani con la Francia ai danni dell’Imperatore Carlo V. In questa circostanza il nuovo Pontefice Clemente VII ( Giulio de Medici, 1523-1534) nominò F. Guicciardini luogotenente generale dell’esercito pontificio contro gli Spagnoli. Purtroppo l’iniziativa del Papa contro la Spagna si risolse in maniera drammatica, anche per il carattere irresoluto di Clemente VII, così il Guicciardini non poté opporsi in alcun modo alla violenta controffensiva dei Lanzichenecchi, inviati in Italia nel 1527 dall’imperatore Carlo V ai danni del Papa (sacco di Roma, 1527). La dura sconfitta riportata dagli Stati italiani contro l’esercito imperiale segnò anche il declino politico di F. Guicciardini. Nel frattempo la famiglia de’ Medici fu nuovamente cacciata da Firenze (1527), e il Guicciardini, inviso al nuovo regime repubblicano, si ritirò nella sua villa di Finocchietto, ove rimase per circa 3 anni. In questo periodo avviò una fase di intensa meditazione critica sugli avvenimenti storico-politici che si erano svolti in quegli anni. Rielaborò in maniera definitiva i suoi Ricordi.
 Nel 1530 le truppe papali e spagnole di Clemente VII e Carlo V(che nel frattempo si era riappacificato col Pontefice il quale aspirava a riprendere il dominio di Firenze), ottengono una dura vittoria contro la Repubblica fiorentina che, sebbene strenuamente difesa, capitolò con una memorabile disfatta (1529-30). Il Guicciardini, rientrato a Firenze nel 1530, ebbe nuovi incarichi da Clemente VII e fu anche al fianco del nuovo reggitore di Firenze, il duca Alessandro de’ Medici; si recò con lui a Napoli (1536), per difenderlo dinanzi all’imperatore Carlo V dalle accuse dei fuoriusciti fiorentini. Allorché Alessandro de’ Medici fu ucciso, il Guicciardini caldeggiò la nomina a governatore di Firenze di Cosimo de Medici, dal quale, tuttavia, non ottenne alcuna fiducia. Si ritirò a vita privata nella sua villa ad Arcetri, dove attese all’intensa attività di pensatore, storico e scrittore che culminò con la composizione della sua opera più importante, la Storia d’Italia (1537-1540).
 Morì nel 1540.

IL PENSIERO

Il pensiero del Guicciardini si fonda, inizialmente su presupposti teorici e filosofici comuni a quelli di N. Machiavelli: realismo politico, Naturalismo rinascimentale, concezione pessimistica della vita, concezione pragmatica e moralistica della storia. Anche il Guicciardini, alla stregua di Machiavelli, concepisce l’uomo come il vero motore della storia, e ritiene che la Politica debba rimanere distinta e disgiunta da questioni morali e religiose: deve esserci, in primo luogo, l’interesse dello Stato da anteporre a qualsiasi implicazione moralistica ( cfr. Machiavelli: “Il bene dello Stato soprattutto, il bene dello Stato innanzitutto”). Anche il Guicciardini parte dalla amara e lucida constatazione della realtà effettuale, caratterizzata dagli egoismi e dalle passioni sfrenate degli uomini mossi, nelle loro azioni, soltanto da interessi personali. Questa fitta e caotica trama della vita associata, sulla quale il Guicciardini, come il Machiavelli, avverte la incombente presenza della Fortuna, impone all’uomo una condotta di vita lucida e spregiudicata che riesca a garantirgli la sopravvivenza e l’affermazione nel mondo.

 N. Machiavelli, tuttavia, pur partendo da questa visione amara e pessimistica della vita, fondata sulla intrinseca malvagità della natura umana, riesce a definire con razionale lucidità una scienza politica basata su principi teorici costanti e a carattere universale, scienza che individua nell’istituto monarchico la sola via d’uscita al decadimento italiano. Soltanto uno Stato forte e autoritario, nella persona del Principe, può garantire alla società umana un’armonica convivenza civile, contrastando energicamente i conflitti sociali e gli attacchi della Fortuna. Alla Fortuna, in particolare, il Principe può opporsi mediante quei comportamenti maturati alla luce delle proprie esperienze passate e presenti, nonché alla luce delle conoscenze teoriche tratte dallo studio della storia di Roma, i cui insegnamenti di natura politica e giuridica sono ritenuti dall’autore universalmente validi (principio di ciclicità della Storia umana). Le norme politiche a cui il Principe deve attingere per mantenere saldo il proprio potere, costituiscono la sua virtus, attiva ed energica, in opposizione alla Fortuna.

 Francesco Guicciardini, invece, nella sua meditazione politica parte dalla consapevolezza pessimistica della estrema complessità e varietà del reale, non riducibile in alcuno schema fisso e universalmente riproponibile. La natura umana è imprevedibile e in continuo divenire, pertanto è vana l’illusione ottimistica dell’uomo di poterla governare secondo leggi generali d’azione, dato che una realtà sempre mutevole e imprevedibile sconvolge gli schemi entro i quali vorremmo costringerla. Egli sostiene, dunque, l’impossibilità di fondare una scienza politica rigorosa, un codice di comportamento valido ovunque e comunque, che trascenda dall’esperienza quotidiana.

 Alla virtù del Machiavelli, il Guicciardini oppone in concetto di "discrezione", che è l’arte difficilissima di sapersi adattare costantemente agli eventi: la discrezione consiste nella capacità di comprendere e sviscerare i singoli fatti nelle loro infinite sfumature, per poter inserire la propria azione nel loro corso tumultuoso, senza venirne travolti, salvando il proprio "particulare", cioè il proprio interesse, inteso nel senso più ampio di decoro, di dignità, di realizzazione piena della propria intelligenza e capacità di agire in favore di se stessi e dello Stato. Messa in discussione ogni speranza di stabilire regole di comportamento universali e oggettive, g. ritiene possibile fare affidamento solo su doti personali e sull’esperienza: la “discrezione” rappresenta, infatti, la capacità di orientarsi e di capire in quale circostanza ci si trovi, mentre la “prudenza” indica il modo con cui bisogna operare. Manca dunque in Guicciardini la propensione a definire principi teorici razionali e universalmente validi, manca la fede in un ideale che superi l’immediata sfera individualistica (il particulare), e ciò rende la sua visione della vita quanto mai scettica e realistica, a volte amara, anche se non priva di un vago rimpianto per gli ideali umanistici e cristiani, e tristemente consapevole della vanità finale di ogni soddisfazione umana. Si può dire, in un certo senso, che nel pensiero del Guicciardini la Fortuna vinca la virtù, e la fiduciosa e ottimistica affermazione rinascimentale della capacità costruttiva dell’uomo nel mondo appaia ormai in totale declino. Tale atteggiamento mentale gli derivò dalla sua concreta esperienza di uomo politico, ambasciatore, governatore, diplomatico, sempre volto a dirimere le controversie con spirito accorto e prudente, ricercando spesso il compromesso dinanzi alla forza inoppugnabile dei fatti, ai quali le teorie andavano applicate con una cautela estrema, non avulsa da rinunce.

 Il Guicciardini non è dunque l’ideologo teorizzatore, l’uomo di principi, ma uno storico dotato di enorme capacità critica e di giudizio realistico, secondo il migliore insegnamento rinascimentale. Si tenga presente, infine, che egli visse in un periodo storico che assistette al definitivo tramonto della libertà italiana e all’affermazione in Italia del dominio spagnolo.

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